Alla scoperta del talento con i Talent Show

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In verità vi dico: ecco i Talent Show…

Scorciatoia per il successo o accesso diretto per la frustrazione?

Alla scoperta del talento con i Talent Show

TALENT SHOW: un fenomeno che indubbiamente appassiona molti. Molti altri, invece, ne studiano il risvolto socio-psicologico. Altri ancora ne prediligono le perfomance interrotte o seguite da storie di vita strazianti, accompagnate dall’immancabile musichetta strappalacrime. Per alcuni, farne parte diventa addirittura una ragione di vita, di morte e di pianto, l’unico motivo di esistenza dei loro progetti. Poco gl’importa se chi li giudica si occupa un giorno di musica ed il giorno dopo, con la stessa disinvoltura  da dietro un fornello televisivo, di melanzane alla parmigiana. Non si corre certo il rischio di mancare di coerenza con la nostra epoca caratterizzata dai tuttologi, e sappiamo che il mondo è bello perché vario.

Dentro questa sigla brevettata, TALENT SHOW, si cela un fumetto nascosto, che si rende visibile solo ad occhi chiusi: “come ti prendo dal divano di casa e, senza nemmeno darti il tempo di levarti le pantofole, ti catapulto nel tubo catodico”. Se avessi il potere di comprimere gli eventi, per poi rivederli in slowmotion questa sarebbe la storyboard/comune denominatore di tutte le giovani promesse canore che ci sono passate davanti agli occhi negli ultimi dieci anni (non me ne vogliate, ho sentito dire che fa figo parlare con termini inglesi, perché porta ad essere molto Brand). Su quello stesso divano, i più sono ritornati, davanti allo schermo che continua, dall’altra parte, a macinare aspettative. Prima protagonisti dei loro cinque minuti, sparati come proiettili su palchi destinati a pochi, ora potrebbero chiedersi se mai ne vedranno altri lontanamente simili; se mai lo stesso numeroso folto pubblico, che inneggiava non a loro ma ad una specie di delirio collettivo, potrà ricordarsi almeno un singolo tratto dei loro visi e delle loro voci.  Senza definire adesso cosa sia il successo, l’interrogazione è, se tali manifestazioni, nella stragrande maggioranza dei casi, sono un passo per quel successo (breve) o una strada per la frustrazione infinita.

La causa della diffusione di massa dei TALENT SHOW di ogni tipo è nobile: tutto è fatto in nome del talento. Il talento. Quanti abusi per un parola così piena di significato. E’ una parola che dovrebbe essere usata con cautela.  Già in questi termini, trattarne risulta difficile. L’abbiamo invece ridotta ad una sottospecie di colluttorio per sciacquarci la bocca, facendola diventare un termine di moda. Non vi sembra una parola delicata? TA – LEN –TO.  Oggi il talento pare essere dietro l’angolo di ogni strada, sprizza da ogni orifizio della società. Dall’anno zero del nuovo millennio ad oggi abbiamo assistito ad una vera e propria proliferazione di figure talentuose, un concetto ai limiti dell’odioso. Come funghi. Siamo diventati tutti fotografi, siamo diventati tutti registi, siamo diventati tutti cantanti. Ci è stato dato spazio nella scatoletta diabolica, ed è stato più che sufficiente per scatenare l’inferno ovvero la prenotazione di un posto libero all’amo dell’ego. Lì appesi, siamo felici di dondolare. Siamo stati convinti o lo eravamo già che per diventare registi o fotografi, possa bastare entrare in un centro commerciale ben fornito ed uscirne con una macchinetta digitale, più o meno costosa? Che per essere cantanti basti cantare bene? Che per essere musicisti, comprare un computer ed imparare ad incastrare campioni audio già perfettamente sovrapponibili, sia il primo passo adeguato?

Ogni artista ha la possibilità di sperimentare, indagare e perseguire l’arte anche con la tecnologia che gli offre il proprio tempo, ma questo processo non ha niente a che vedere con quella sperimentazione e ricerca. Anzi, le forze creative che oggi fanno più fatica ad esprimere la loro veridicità, sono proprio quelle in cui la tecnologia diventa il principale, e spesso il solo, ingrediente per il risultato. Non si impara ad intagliare vassoi nel duro legno d’olivo in mezza giornata. Ma noi, mostrando al mondo i nostri lavoretti virtuali, ci siamo complimentati gli uni con gli altri. Poi, non contenti, ci siamo scambiati le competenze (chissà perché  ci piace questa confusione e non rispetto dei ruoli): da fotografi, cimentati come registi, da registi come ballerini e da ballerini come cantanti, appunto. Tanto il cubetto ad immagini, onnipresente nei nostri salotti, reclama solo corrente per funzionare.

Però è una vera fortuna che la natura non sia così generosa: già, se ad un padre regala certe qualità artistiche, non è sempre detto che queste passino ai figli. Soprattutto non permette che una persona possa cimentarsi degnamente in diversi campi dell’arte, perché questi richiedono – ad alti livelli – sacrificio, studio, fatica. Eccellere bene in uno, è di sicuro una grande conquista. Ed è vero,  una figura tale che può smentire queste ultime righe è esistita, ma si chiamava Leonardo!

La musica è stata imbevuta ed ubriacata nella giostra dell’etere, con le stesse identiche modalità della non aderenza di ognuno alla propria posizione, complice un pubblico non più educato e quindi con sempre meno esigenze. Non lamentiamoci, allora. Chiediamoci  – vi prego – se abbiamo talento, se non siamo la copia di una copia, vista una settimana indietro o magari esistita già 30 anni fa.

Vorrei lasciarvi con una domanda, letta sulla rete (mi scuso con il suo  autore perché non ne ricordo il nome, ma mi complimento con lui per aver riassunto così bene il concetto senza sprecare troppe parole): il talento è un bene in sé o dipende dal suo utilizzo?

Ai posteri l’ardua sentenza.

A cura di Lorenzo Maiani

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