Cantanti e look: un binomio inscindibile di successo

Ovvero quando il look è l’unico modo per resuscitare.

Cantanti e look: un binomio inscindibile di successo

E sia LOOK: tutti voi, in cerca sui banchetti dei mercati di un bel paio di cappelli vintage, di una bella cintura di pelle color sottobosco, o di un giubbottino alla Fonzarelli, ne sapete qualcosa, vero? Si, sfoggerete i vostri nuovi (si fa per dire) acquisti nel prossimo concerto, durante una nuova perfomance teatrale, o semplicemente a passeggio per le vie del centro della vostra città. Ci piace tanto tutto questo. Ed è più che comprensibile.

Il LOOK ha scatenato la fantasia più sfrenata dei cantanti più amati, creando icone attraversando decenni e decenni, rimanendo indelebili al pari di personaggi inventati ed immutabili. Pensiamo a certi momenti della carriera di David Bowie, o per un attimo alla stravaganze brillanti di Elton John o del nostro amato Renato Zero. Potremmo starne ad elencare tanti altri, fino a domani mattina. Il succo è che il LOOK non era solo immagine, un’accozzaglia improvvisata di stili od un susseguirsi caotico di stracci, ma un filo rosso che, in una carriera, sottolineava l’appartenenza ad un’idea che mutava con logiche artistiche, trasformandosi coerentemente al passo con la musica che rappresentava.

Ed oggi? È ancora così? Dal cilindro magico provate a cogliere qualche modello a caso, poi tirate le vostre somme. Basta sintonizzarsi su una delle tante seguite kermesse televisive a spasso per il mondo … et voilà: il guardaroba di esempi è davvero vario, ai limiti – spesso –  del comico. I più coloriti sono i casi degli artisti/cantanti che trenta anni fa hanno azzeccato qualche brano, rendendoli inscindibili dalle loro bellissime interpretazioni. Voci che ci hanno fatto davvero sognare. Ma nonostante l’anno in corso sia il 2013, alcuni si ostinano a riproporsi nello stesso identico modo da rocker agguerrito, consumato, ribelle e strafottente, non avendo, però, nemmeno più la forza per sbadigliare. Di fatto, dato che anche la loro voce non risulta più capace di far venire i brividi come un tempo, il risultato è il sapore di una minestra troppe volte riscaldata. Ma che dico riscaldata; anche risciacquata, cotta, ricotta e bollita. In fondo, se sul palco sembra esserci l’incrocio improbabile tra i resti di Marylin Manson, Mickey Rourke e Richard Benson, il ritiro dalle scene non sarebbe una cattiva possibilità. Non ci sarebbe mica nulla di male. Anzi, lascerebbe ai vecchi fans un non so che di magico, di incompiuto che rafforzerebbe il mito. Ma andiamo avanti. Accanto a questi ci sono artisti che del look se ne sono sempre fregati, o forse che hanno fatto finta di non averne realmente scelto uno.  Stranamente, e diversamente dai precedenti, sono sempre quelli che inneggiano al loro perenne e ripetuto addio alle scene; poi invece te li ritrovi puntualmente con il nuovo disco (perché loro fanno ancora i DISCHI) in uscita nei migliori negozi. Della serie “chi non muore, si rivede”.

Di contro, le nuove generazioni cercano di stupire con repentini cambi di look, che spesso sembrano non essere conseguenti ad una vera e proprio ricerca artistica, ma dovuti più che altro ad esigenze di riciclaggio personale, o nella peggiore delle ipotesi, a mancanza di idee originali. Mettiamo possa accadere il caso assurdo che un giorno ti fermi incuriosito davanti ad una sconosciuta cantante con gli occhialioni: si, sapete quelle cose che si mettono sul naso, di cui molti anni indietro facevamo  un uso di carattere prettamente funzionale. Ecco, quelle cose lì, oggi si usano con grosse (inutile negarlo: le misure in una società dove la precedenza spetta a chi ha la macchina più lunga, contano) grosse – dicevamo – vistose montature tartarugate o nere lucide, come quaranta anni fa. Qualcuno, in maniera astuta, ne ha fatto il proprio tatuaggio e marchio riconoscibile. La cantante tutta innocentemente vestita da bambina ingenua, un po’ stuccosamente anni cinquanta con la gonna larga sotto il ginocchio, le ballerine e con la vocetta che potrebbe esser quella del canarino Titti tanto è buffa, canta incantando tutti con il suo ritornello dal sapore “mulino bianco”.

Ecco, non ti aspetteresti mai di rivederla a distanza di dodici mesi sullo stesso canale in un bellissimo completo camicia/pantalone color crema, disteso lucido perfettamente stirato, con un altro bel paio di occhiali più raffinati, da segretaria vagamente hot; ed un bel tacco dieci, forse dodici a voler sotterrare il ricordo dell’anno prima. E soprattutto non crederesti mai che la sua vocetta tutta fiocchi e cartoni animati, stia dentro una canzone/videoclip da donna matura, riflessiva, malinconica ed alle prese con un autunno alla finestra. Se ti chiedi il perché di tutto ciò, potrebbero risponderti che un motivo c’è: l’artista in questione è maturata! Ah già.

Con queste digressioni, per carità, non vogliamo certo levare, in questa sede, a nessuno il merito di appartenere alla nostra storia, ai nostri ricordi, od al nostro presente musicale. Di cose meravigliose, sotto i ponti e dentro i nostri orecchi, ne sono passate.  Spesso si parla del nostro paese come un paese di grandi sottovalutati. Forse sarebbe più giusto parlare di presenza, od onnipresenza, di grandi sopravvalutati. Ridimensionati, i tanto bistrattati sottovalutati al loro confronto, essendolo comunque già, sembrerebbero delle cime. Ed è così che in ogni campo, le menti fuggono verso altri lidi, altri orizzonti. Solo quando sono espatriate e ben radicate altrove, il buon vecchio stivale le richiama all’ovile.

Le nostre sono chiacchiere da circolo, certo. Fateci una risata sopra. Quindi meglio lasciar concludere ad una voce più autorevole che ci ha regalato emozioni, pensieri e parole: “Lavorare con la qualità è una cosa: dopo quarant’anni la apprezzi ancora. Ma l’apparire è un’altra cosa. L’apparire finisce con l’apparizione”.

Concetto grandemente in linea con la poetica del proprietario intellettuale che l’ha espresso.

A buon intenditor poche parole.

A cura di Lorenzo Maiani

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