Emergere nella musica: 1 su 1000 ce la fa! E gli altri 999?

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La difficoltà di emergere nella musica in un contesto storico controproducente.

Emergere nella musica - Plindo

Una delle nostre buon vecchie bandiere (senza voler alludere minimamente alla sua età anagrafica) non che uno dei volti più noti del panorama musicale nazionale degli ultimi quarant’anni, cantava “Uno su mille ce la fa”. Gran bel brano! Una canzone dal sapore vagamente epico, che non tutti i giorni esce dalla penna sullo spartito. Se emergere nella musica è difficile, riemergere dopo magari un decennio di silenzio è quasi un miracolo. Ma a qualcuno è riuscito.

Uno ce la fa, cantava. E così che ci dice sempre la vocina interiore. Bassa bassa ti suggerisce che potresti essere tu, quell’uno, perché la tua musica vale. Lo dice a tutti, anche a coloro che non hanno un minimo di senso critico e che promuovono la loro canzonetta, registrata con la chitarra scordata in un inglese improbabile, come fosse il pezzo del secolo. Siamo in democrazia, è giusto così! E’ giusto crederci. Uno ce la fa. Si, è vero, da sempre: selezione naturale, selezione giusta. Il mistero è quale, di questi mille, ce la fa. Cosa fa di diverso dagli altri? E gli altri, soprattutto, cosa fanno per non farcela? Se traduciamo la domanda in una forma più consona oggi, la frase corretta da scrivere è: quanti ne muoiono (si, letteralmente ed artisticamente muoiono) per quell’uno che arriva?

La spirale perversa che affida alla televisione la divulgazione del talento preferisce salvaguardare quell’uno, o quella piccola schiera di uni, ai fini di salvare – senza farcela – un mercato ormai agonizzante e sterminare senza pietà il substrato sotto il primo velo della notorietà di quei pochi, quello di chi costruisce la propria carriera nella musica con la gavetta, i concerti per le piazze di paese, la qualità data da studi personali e ricercati, con la propria personalità  molto spesso libera da schemi e diktat commerciali e piena di piacevoli sorprese melodiche ed estetiche.

Ne muoiono mille meno uno, cioè novecentonovantanove? La matematica non è un’opinione e la musica non è un calcolo di cifre, ma voglio azzardare ad aggiungere a questi tre nove, altrettanti tre. Troppi? Accendiamone due. Non sarei molto lontano dalla realtà.

Perché la vera tragedia di tutto ciò è che nel sistema musicale odierno, per come è andato impostandosi, alcune categorie sono impossibilitate ad emergere, e forse anche a nascere. Pensiamo ai cantautori, per esempio. A quelli con la “C” maiuscola, come ne abbiamo visti e sentiti in tempi meno bui di questo. C’è un motivo od una spiegazione valida? In che termini possiamo spiegarlo? In un modo solo: storicamente. In più parole: esiste una possibilità che le cose accadano, data dalla storia che si sta scrivendo con gli usi ed i costumi che mutano a seconda di come le persone sono educate, in una società, ad entrare in contatto con l’arte. Di contro, esiste anche un’impossibilità che queste identiche cose arrivino a essere recepite. Se non lo sono, la loro produzione viene tagliata alla radice dalla sempre meno frequente richiesta. Si dovrebbe tendere alla prima possibilità, coltivare un vivaio di alternative e tutto dovrebbe concorrere per far in modo che quella sia la normale tendenza. Invece andiamo al contrario.

Per stringare il concetto, per chi ancora non l’avesse capito, girerei su un vassoio d’argento  l’affermazione letta la scorsa settimana su un quotidiano nazionale e sul web. Arriva da un grande maestro di cui è anche inutile citarne il nome, o lo pseudonimo. Basta questa sua frase: “Io e Lucio? Oggi non saremmo andati lontano”. Con la stessa medesima produzione di cose belle non sarebbero andati da nessuna parte?!? Se ce lo dice Lui, ci dobbiamo credere. Non stropicciatevi gli occhi, avete letto bene.

Ma sarebbe stato solo un insuccesso storico, non della musica, dato dalle differenze abissali tra due periodi. Dopo l’amara constatazione il racconto procede, lascia spazio ad un piccolo quadretto davvero poetico che riporto con piacere: “ho sempre scritto in sua presenza, sdraiato sul divano o sul tappeto. Lui faceva gli accordi, io ogni tanto gli chiedevo un caffè. O di cantare. Lucio mi chiedeva spesso cosa voleva dire il testo ma quando volevo un consiglio mi rispondeva con una parolaccia. Era una strana forma di rispetto reciproco e di rigida divisione dei ruoli”. Fa piacere ritrovare termini ed argomenti già trattati in questo spazio.

Soluzioni? Proposte? Strategie? Contro un effetto dato da una causa storica, si può far ben poco. Cambiare in tempi ragionevoli sarebbe come voler spostare l’Everest con un cucchiaino. Adesso ci dobbiamo tenere questa condizione. Se ormai molti anni fa si poteva vivere di musica, pur non essendo nei primi mille della classifica della notorietà, oggi un artista stenta a sopravvivere, pur essendo in coda ai primi cento. A seguito della folta schiera proprio dei cantautori, adesso la categoria più in crisi da mezzo secolo a questa parte, tutti coloro maciullati dall’impossibilità storica di esprimere il proprio potenziale, dal primo all’ultimo, diventano figure senza un contorno, un inizio e, soprattutto, una fine ed un fine.

“Io e Lucio? Oggi non saremmo andati lontano”. Sebbene possa sembrare incredibile, sarebbero rimasti tra quelli fuori. Quindi, la sera tardi, mentre vi girano le scatole ed ancora in testa gli accordi della vostra ultima canzone, potete addormentarvi un po’ meno nervosi, meno frustrati. Anche se magra, nel nostro piccolo questa è pur sempre una consolazione.

a cura di Lorenzo Maiani

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