Il linguaggio della musica: posto che vai, gente che trovi.

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Il bisogno di un condiviso, unico globale linguaggio musicale.

Il linguaggio della musica: posto che vai, gente che trovi.

In molti ricordiamo il nostro primo giorno di scuola: i genitori schierati in massa, facevano ciao con la mano tutti belli sorridenti di fronte alla classe. Stretti tra i nostri sei anni ed il panico da banco singolo, dopo pochi minuti eravamo già in preda alla solitudine tra tanti volti di bambini sconosciuti. Per fortuna la paura è presto svanita, e la prima cosa che ci hanno insegnato è stato un simbolo strano che abbiamo iniziato da quel giorno a chiamare A. La prima lettera dell’alfabeto, a cui abbiamo dato diverse forme riempiendo, per imparare a scriverla, pagine e pagine di quaderni con le grosse righe: maiuscola, minuscola, corsivo, stampatello. Alla A sono seguite tutte le altre lettere. Le abbiamo divise in vocali e consonanti; con queste abbiamo formato le nostre prime parole, negli anni a seguire sempre più complesse, sia per pronuncia che per significato. Abbiamo imparato che quella stessa A preceduta da una H rappresenta il verbo avere, così importante nel mondo degli adulti. Abbiamo assimilato il linguaggio e che ogni disciplina ne ha uno.

La musica ne ha uno complesso, ma quando viene appreso risulta essere la cosa più bella e facile del mondo. La difficoltà consiste nel volerlo apprendere, ed è uno passo che molti, pur sbandierando la musica come una spada,  non intendono fare. Tutti ci arroghiamo il diritto di poter fare musica. Forse perché non è necessario chiedere il permesso di nessuno. Forse perché è facile fingere di essere un musicista: non serve munirsi di attrezzi del mestiere che testimonino una certa appartenenza, quali per un pittore la tela, il pennello ed un laboratorio pieno di quadri. La musica è un bagaglio senza peso, pur avendo un gran peso. Il mondo delle creatività ha regole particolari: al momento di sceglierla, bisognerebbe chiedersi se siamo in grado di esercitare una certa disciplina. Per la musica, invece,  non esiste nessun tipo di inibizione: tutti pensiamo di essere in grado di farla.

Trasformiamoci in una piccola, simpatica moschina che si riposa attaccata al soffitto di una sala prova molto trafficata. Nei panni della mosca, osserviamo il gruppo di turno alle prese con una questione che ci ha riguardato spesso, come musicisti: la trasposizione di un brano, quando improvvisamente bisogna provare a suonarlo un tono, un tono e mezzo, sotto o sopra all’originale, per adeguare il pezzo alle esigenze canore del front man della band! I primissimi nodi vengono al pettine quando nella ricerca di un linguaggio comune, chi non conosce il linguaggio convenzionale ne crea uno suo, imponendolo anche a chi invece possiede quello giusto. Ed è così che il nostro solito amico tastierista (si, lo stesso che combatte con la ricerca della definizione dei generi musicali) masticando le prime nozioni di armonia, fa notare agli altri componenti che la questione, presa in modo superficiale, può creare equivoci proprio sul piano musicale, che la tonalità non è necessariamente definita dal primo accordo etc etc etc … Risultato del suo intervento: la serata trascorre tra le chiacchiere e toni di voce che si animano, ed alla fine della seduta viene pure infamato perché ritenuto fazioso, pignolo e rompiscatole. Quindi si cheta.

Pausa caffè, tensione scende sotto il livello di guardia, riparte la prova. Il nostro preparato tastierista, che negli anni si è sempre rifiutato di usare il tastino TRASPOSE per esercitare il cervello, dopo le discussioni parte spedito sui nuovi accordi, chiamandoli mentalmente uno dietro l’altro. Per un tastierista è un ottimo esercizio suonare senza usare il tasto traspose, in quanto il trasporre mentre si suona realmente, porta ad usare gli accordi in posizioni ben differenti da quelle che useresti suonando con il diabolico tasto inserito, a tutto guadagno della sonorità. Ma sono pochi quelli che evitano il tasto malefico come la peste; la maggior parte ne fa un comodo e largo uso. Se te ne vieni da anni di pianoforte, quel tasto potrebbe non esistere. Il chitarrista, facendo spalla con il bassista, non si pone questioni: spostando di una tacca o due tutte le posizioni degli accordi risolve in fretta. Facendo questo in modo del tutto automatico, può anche sbattersene delle giuste denominazioni, ma ciò non toglie che sia svilente sentire otto accordi su dieci chiamati con nomi totalmente casuali. I chitarristi, in virtù della conformazione del loro strumento, possono permettersi il lusso di riscrivere in un attimo il manuale di teoria ed armonia, inventando diesis e bemolle a loro piacimento, chiamandoli in causa senza logiche. Certo, questo provoca al nostro amico tastierista dalle intenzioni erudite un bruciore non indifferente allo stomaco, ma dopo le ultime minacce di essere sbattuto fuori dal gruppo per “interruzione indebita di prova” ha deciso di fare finta di niente.  Ma è strano parecchio il concetto per cui chi mastica un po’ di materia è colui che deve adeguarsi alla massa, rinunciando al proprio bisogno di esprimere le cose per quello che sono realmente. Ma questo non ha importanza e si consola dentro perché, pensa lui, “è il vostro mondo che va al contrario”. 

Altro brancolamento nel buio è parlare ad un cantante di intervalli. Essendo il suo strumento la voce e le melodie continui salti di intervalli melodici, dovrebbe esser questo il suo pane quotidiano; dovrebbe conoscerli e saperli intonare come l’Ave Maria. Invece provate a dire ad un cantante di intonare una quarta, od una sesta minore.  È come chiedere ad un mulo di fare il verso del merlo. Peggio che andar di notte.  Gli intervalli non sono duecento. Quando ne hai ben chiari una decina (almeno i più comuni) sei a posto per una vita. Ma anche su questo caso patologico il tastierista preferisce soprassedere. Il batterista ascolta distratto, quasi annoiato. Ma sarebbe curioso chiedere anche a lui di scrivere sul pentagramma il bello scambio che pochi minuti fa ha improvvisato tra la strofa ed il bridge. Chissà quali intraducibili geroglifici musicali ne verrebbero fuori. Cosi una pratica concettuale che potrebbe essere risolta in cinque minuti, richiede il tempo della costruzione dell’opera del Duomo. La prova finisce, la questione rimane tutta da definire, la sala prove viene pagata, il gruppo si saluta.

La mosca, invece, è già da un po’ che se n’è uscita dallo spiraglio di una finestra.

A cura di Lorenzo Maiani

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