Il suono dell’universo: musica allo stato puro.

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Il suono dello spazio tra noi e l’infinito.

Il suono dell'universo: musica allo stato puro.

Molto lontano da noi, a duecentocinquanta milioni di anni luce il buco nero della galassia denominata tecnicamente NGC 1275 emette un SI talmente basso da non poter essere udito da nessun orecchio umano. Immaginate la tastiera del pianoforte ed allungatela a piacere verso la parte grave: la nota si trova precisamente 57 ottave sotto il Do Centrale. Nella realtà sotto quel Do Centrale, di ottave, ne abbiamo  solo tre. Il suono emesso dal buco nero ha una lunghezza d’onda di trentaseimila anni luce e con la sua possanza scalda la gigantesca nube di gas e polveri che circonda il buco nero. Secondo Andy Fabian di Cambridge, autore di tale osservazione, la turbolenta nota è prodotta dalla tremenda e potente energia liberata dal buco nero che increspa i gas che gli fanno da corona. L’universo produce musica?

Le prime testimonianze che attestano l’esistenza di una musica celeste risalgono a Pitagora, che si diceva in grado di udire l’armonia degli astri in uno stato di trance. La teoria pitagorica è basata sul fatto che “la stoffa dell’Universo” è composta da ritmi, numeri e proporzioni: una corda di una certa lunghezza produce un suono, dimezzandone la dimensione produce lo stesso suono all’ottava superiore. Altri intervalli, quali quinta e terza (proprio quelli su cui è stato fondato il nostro sistema tonale) si potevano ottenere facendo vibrare corde le cui lunghezze erano frazioni intere della lunghezza della prima nota fondamentale.

È affascinante pensare al cosmo come ad un complesso sistema armonico, in cui i pianeti potevano essere messi in corrispondenza con le sette note naturali. Non troppo convinto da Pitagora, Aristotele spiegava col suo solito sussiego il perché i mortali non possono udire la celeste armonia: un suono o un rumore possono venire percepiti solo se in contrasto con il proprio opposto, il silenzio o meglio l’assenza del suono medesimo; dal momento che quello prodotto dalla rotazione delle sfere planetarie è un suono che ci è presente sin dalla nascita, non è possibile riconoscerlo, in quanto ci manca la percezione del suo contrario.

Arrivando a pareri dei giorni nostri, la fisica Janna Levin, professoressa di Fisica e Chimica a Barnard, ci conferma che l’universo non è un film muto, ma un corpo che produce una sorta di gloriosa composizione  visiva e sonora, i cui protagonisti sono proprio i buchi neri. “Con l’aspirazione di catturare le canzoni dell’universo, dovremmo indirizzare  l’attenzione ai buchi neri ed alle promesse che fanno”, aggiunge.

Riassumendo, se una massa vibra, emette un suono. Anche i nostri corpi vibrano, risuonano. Se sei attento e sensibile, qualcosa può dirti che qualcuno, rispetto a te, non suona bene. Non è colpa di nessuno: sono dati di fatto. Arriva un momento nella vita in cui fai più caso al movimento di un filo d’erba, che a tante altre cose che ti passano accanto. Perché questo accada, è da spiegare, ma è così. È una trasformazione naturale: inizi ad ascoltare e percepire ciò che ti circonda diversamente da come hai sempre fatto. Siamo liberi di pensare di essere essere creature al centro di un disegno specifico, creato apposta per noi. Siamo liberi di pensare il contrario, di sentirsi parte di un percorso in cui non siamo che una piccola virgola. Se ci crediamo perfetti nel nostro essere umani, confrontiamoci con la libellula che è presente in tutto il mondo, ad eccezione dell’Antartide ed alcune isole Artiche e di cui oggi ne conosciamo quasi cinquemila specie: nasce come anfibio in acqua, e diventa un complesso essere volatile. Capite da soli perché è da sciocchi menarsela per un parcheggio.

Quello che ci ha permesso di evolverci è stato acquisire consapevolezza con la conoscenza. Trasferendo la questione sul nostro piccolo quotidiano, è una cosa che succede anche con le canzoni. Tutti abbiamo la nostra Top Ten: l’elenco di moltissime di queste (compreso la mia) a distanza di anni dalla primissima stesura, è rimasto pressoché invariato. Questo forse perché sono i ricordi, a cui le canzoni sono legati, a non mutare nella nostra memoria. Le ascolti per anni, poi improvvisamente iniziano a brillare di una luce propria ogni volta che ti attraversano la strada. È come se improvvisamente ti si rivelassero. Nei primissimi approcci al pop ti sei mangiato a colazione, pranzo e cena decine e decine di Real Book di canzoni ed hai suonato almeno qualche milione di volte i soliti quattro accordi. Ad un certo riprendi in  mano IMAGINE. Ti siedi al pianoforte, appoggi le mani le mani sui tasti, dando occhiate distratte allo spartito su cui sembra davvero insulsa la trasposizione grafica di quello che se ne esce in forma di suono: una battuta di DO, una battuta di FA, a cui segue e la magia del passaggio cromatico più famoso del mondo. Poi riprende. Tutto qua? Si. Basta poco per compiere un viaggio interstellare. Inspiegabile come quel DO e quel FA, nonostante consumati passaggi in più diversi contesti, ti pare di non averli mai sentiti, ne mai suonati.

L’argomento di oggi apre finestre su altri mondi e non è certo esauribile in mille parole: quello che ci sentiamo di dire è che non è proprio da tutti scrivere un brano che  risuona come l’universo!

A cura di Lorenzo Maiani

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