Ingredienti immancabili, critica e polemica farciscono la musica.

Canzoni, polemiche e critica: un tris d’assi vincente.

Ingredienti immancabili, critica e polemica farciscono la musica.

Chi rompe paga. Se avete frequentato una scuola privata, sicuramente questo è stata la minaccia costante della vostra infanzia. Specialmente se la scuola dove studiavate era un convento di suore o preti, gelosissimi dei loro ordinati ambienti con le piante finte. Non bastava la salata retta a permettere qualche piccolo, riparabile e possibilissimo danno fuori programma, causato dall’energia di una classe di dodicenni della vecchia generazione.  Si, di teppistelli innocenti che  non avendo l’Ipad nello zaino, si prendevano letteralmente a cartellate all’uscita della scuola. La tiritera risuonava puntuale se un temerario insegnante decideva di portare la classe a spasso per musei: appena giunti nella prima sala, vi appoggiavate affascinati alla teca  luminosa e … ZAC! “CHI ROMPE PAGA, bambini attenti, eh!?” Così sei diventato un musicista, ed il tuo animo sensibile è stato avviato in tenera età al gusto passivo della polemica e della critica.

Chi rompe paga. Cosa si rompe, poi è da vedere. La settimana appena passata è risultata essere abbastanza nevralgica, almeno per quel che riguarda le polemiche che sono rimbalzate di palo in frasca – dalla TV al web – per l’atteso evento televisivo, più che musicale, dell’anno. Perché nascano, è da appurare con calma, non potendo fare frettolosamente di ogni erba un fascio. Certo è, che nell’aria, quando aleggia la discussione, la si percepisce e la si sente. La motivazione più plausibile che possiamo dare è che le attese creano aspettative; se non sono soddisfatte, o capite, di conseguenza generano polemiche: un comico che canta meglio di un cantante, ma che veste i panni di un onorevole, alla vigilia delle elezioni non è gradito a certi simpatizzanti di alcune parti politiche; l’invasione dei prodotti dei Talent Show, di cui da diversi anni ne subiamo gli effetti ormai al massimo livello allucinogeno, mette in crisi con poca sostanza tutta quella musica che, pur non essendolo, si ostina a farsi ancora dichiarare d’autore solo per un concetto romantico di accademismo; la cocciutaggine di alcuni big (se ha ancora senso questa definizione) che non accettano che gli abitanti del mondo possano cambiare gusti, cercando o giustamente pretendendo nuove cose da ascoltare; l’ingaggio milionario dei conduttori che in cinque giorni guadagnano quanto dieci operai in poco meno di dieci anni risulta come uno schiaffo al buon senso. Ecco, tutto questo è davvero molto faticoso da vedere e da sentire, quando vorresti solo ascoltare musica. Battiato, cantando, sapeva perfettamente “com’è difficile restare calmi ed indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore”. In tutto questo caos, almeno quelli bravi scrivono canzoni mono nota. Quelli meno, invece ne scrivono di monotone.

La polemica fa parte della musica, così come ne fa parte la critica. Sappiamo che mettere d’accordo un paese è un compito difficile. Non riuscendo ad andare d’accordo nemmeno nei condomini, come pretendere di unificare le opinioni? Possiamo trovarci d’accordo con quanto aveva espresso il Lucianone nazionale, voce italiana arrivata ai quattro angoli della terra? La sua idea di chi fa cosa in campo musicale, suona un po’ bizzarra: “Chi sa fare la musica la fa, chi la sa fare meno la insegna, chi la sa fare ancora meno la organizza, chi la sa fare così così la critica”. Ad alcuni potrà sembrare una visione strana, ad altri riduttiva; ad altri ancora fortemente egoistica, come se esistesse un diritto ad accaparrarsi il miglior compito nella materia, essendo facile sparare a zero da certi pulpiti, quando sei la voce più famosa del mondo. Proprio per il ruolo che occupi dovresti remare nello stesso senso della corrente di tutti gli altri che, con più fatica, cercano il loro posto. Allo stesso modo potremmo chiederci se un brano struggente, unico come Your Song di Elton John, scritto dall’eclettico baronetto inglese nel 1969 (42 anni fa esatti, e pare esser stato sfornato questa mattina) aveva bisogno o necessitava di una sua versione. Se sei (o sei stato) il tenore più famoso del pianeta per trenta e più anni di gloriosa carriera, non tutto quello che hai fatto è da considerarsi oro che luccica, specie se la tua voce dentro certe canzoni sembra essere un sandwich che cerca spazio tra la patata e la foglia dì insalata che scivola nella maionese. Anche certi interventi inutili, così come i dischi inutili, rompono.

Quindi, per tornare all’origine del nostro discorso, il concetto del CHI ROMPE PAGA dovrebbe trasformarsi in maniera interpretativa. Da adulti, è normalissimo che questo venga sviluppato con la complessità tipica del vivere stressato dei grandi, che farebbero a manate per un semaforo rosso. In linea con tutte le polemiche che ci frantumano gli orecchi, allora CHI ROMPE, PAGHI! Con questi chiari di luna volti al sacrificio che ti inchiodano ai tuoi bilanci, devi stare attento a non eccedere in acquisti inutili, e ricevere una sommetta ogni qualvolta qualcuno rompe (anche con le polemiche verbali) potrebbe assicurarci una rendita costante e dignitosa.

Se fosse una legge da applicare a furor di popolo, io la voterei. E voi?

A cura di Lorenzo Maiani

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