La cover è davvero il miglior biglietto da visita?

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L’uso della cover facilita il processo per farsi conoscere attraverso il conosciuto, ma …

La cover è davvero il miglior biglietto da visita?

La promozione, in ogni campo artistico, serve a far conoscere qualcuno, qualcuno che prima è sconosciuto. E’ un tassello necessario nella composizione del mosaico di un successo. Il diventare qualcuno richiede tempo, verifiche, attese ed anche provvisorie porte in faccia. Richiede fondamenta piene di sostanza, e non le idee di qualcun altro. Il marchingegno machiavellico della comunicazione, oggi si serve di un’arma infallibile: per far conoscere qualcosa, cosa c’è di più semplice che usare qualcosa di già conosciuto? Il processo semplificato, veloce ed affidabile, costa meno in ore di creatività e nell’ambito musicale può essere tradotto in una parola: cover.

La promozione musicale non passa più da gigantografie in cartone nei negozi di dischi, ma i volti di cui domani sentiremo le voci nelle radio per i prossimi dodici mesi, sono prima resi familiari da ammiccanti versioni di canzoni iper conosciute. Basta una bella mano di colla  tra base e vocetta selezionata ed il cocktail pubblicitario anestetizzante diventa perfetto. Guardatevi intorno: siamo assediati dalle cover fino al punto che sul mercato queste escono quasi in parallelo con i brani originali.

Il concetto di ascoltare e riproporre risale alla notte dei tempi. Considerandone le ampie sfumature, possiamo anche ricondurlo poeticamente alla divulgazione dei canti popolari, diventati parte della tradizione. Tramandati oralmente, con passi generazionali fatti di bocca in bocca e sempre arricchiti di particolari ad ogni passaggio successivo, la sensibilità individuale ne ha impreziosito i contenuti  con fertile immaginazione. Non era una mera presa a prestito delle idee di qualcun altro, ma un tributo ad una conoscenza  collettiva che veniva presa e gratuitamente resa; non era un modo per far business, ma un sistema per darsi un posto nel mondo, per vivere della pasta di cui siamo fatti. Allo stesso tempo arricchiva corpo e spirito, accorciava le distanze tra vecchi e giovani, che dai primi imparavano le regole della vita e dell’amore. Lo stesso vale per le testimonianze di antichi racconti e fantasiose storie. Se oggi, in parte, sappiamo chi siamo, è anche grazie a queste radici.

Vedo i vostri occhi stralunati, potreste dirmi che l’ho presa larga. Forse, ma la regola numero uno del fare musica non dovrebbe essere il rispettarla? Basterebbe afferrare l’uno, due  per cento di tale atteggiamento verso quello che altri hanno scritto prima di noi, per restituirlo con la necessaria dose di  dignità che richiederebbe.

Rendere omaggio ad una canzone, se fatto dalla persona giusta, al momento giusto, nel disco giusto, è cosa buona e – appunto –  giusta. Molti artisti maturi, quando avevano già comunicato al mondo quello che sapevano fare e quello che volevano dire, si sono cimentati in bellissimi percorsi attraverso le cover. Il senso corretto del rifacimento di intramontabili melodie dunque trova il suo motivo di esistere dentro una carriera musicale. La cover, come semplice mezzo di uso e consumo senza anima, e poveramente concepita si riduce ad uno stropicciato biglietto da visita, dimenticato nella tasca posteriore dei jeans e lavato a cento gradi. In più, se dopo tale trattamento l’unica energia vitale che ne rimane è sfruttata per facilitare la memorizzazione di un volto ben pettinato, rimane solo da mettersi – ahimè – le mani nei capelli. Giovani leve della musica, ci sono altri modi per dimostrare quanto si vale!

Non è finita. Capita, ed è ben più grave della storpiatura del  brano, che in modo subdolo vengano presi a prestito e chiamati in causa nomi e lievi sonorità di generi musicali che però non rappresentano quei generi a cui si vorrebbe fare riferimento. Le cover trasmigrano dal punto di origine, con nuovi vestiti vengono passate – per esempio – come pezzi blues, rock o R’n’B senza aver niente in realtà di quei mondi; diventano magicamente dei ponti che di conseguenza definiscono l’interprete di grido appartenente a quella tipologia di genere, magari solo perché con due stracci addosso ci grida dentro singhiozzando, o con la voce strozzata. Si racconta così una grande bugia all’ascoltatore, confondendolo su strade losche. Il vero musicista, umile e colto, che prima di intervenire conosce già cosa comporterà il suo intervento, non commetterà mai deviazioni simili, perché sa cosa sta andando “ad incidere nel legno delle cose dette ed immutabili”. Un briciolo di questo approccio non farebbe male a nessuno, a tutto guadagno dei nostri timpani!

Il rischio, che ormai non è più tale perché fatto accaduto e ripetitivo, è dietro l’angolo: il pubblico diventa un enorme, unico grottesco jukebox da karaoke. Il livello di ricezione al nuovo che avanza cala paurosamente. Nello stesso modo anche l’attitudine allo sforzo mentale che serve per concentrarsi su qualcosa che non si conosce, non fa una fine migliore. Ma durante lo show serale condito di arrivisti minorenni, prendere il la dal conduttore che viene tatticamente inquadrato mentre sbraita  è il momento in cui puoi adagiarti e sentirti protetto dentro una grande famiglia.

Ogni mercato ha le sue regole, dettate dalla spremitura dello spremibile. E’ un’idea degna di nota quella di realizzare programmi televisivi con gli errori, selezionando, da ore ed ore di  materiale acquisito ed inservibile, il meglio del peggio. Geniale: allinea costi e resa in una forbice inversamente proporzionale. Mia nonna, che veniva da un paese con tre case, borbottava sempre che del maiale non si butta via nulla. E se pure il risultato, una volta ben confezionato effettivamente si può considerare davvero esilarante, per quanto tempo osservare la mediocrità può farci divertire?

A cura di Lorenzo Maiani

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