La crisi della musica: un problema culturale

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Approfondimenti sulla crisi della musica. Leggere attentamente!

La Crisi delle Musica - Plindo

Siamo in crisi. Come un disco rotto – termine quanto mai azzeccato – ce lo ripetono quotidianamente giornali, televisioni e politici. La crisi innegabilmente esiste. Ci ha attanagliato ed ormai fa parte delle nostre stesse ossa. Persistere in uno stato di crisi però, è una buona, se non ottima, giustificazione in un momento in cui la prima cosa che manca sono le idee. Perché la preoccupazione del domani instabile che incombe può congelare la nostra ispirazione, ma non la volontà di superare questo difficile ostacolo.

La crisi della musica, comodamente tralasciando questioni non affatto trascurabili sulla gestione di un problema crescente che è ed è stato sotto gli occhi di tutti, sulle scelte ai vertici dei grandi gruppi editoriali e sulle competenze alla base di quel sistema, viene comunemente ricondotta alla nascita di internet.

Tra perdite di fatturato ed ascesa del P2P, cosa rimane in fondo al barile?

L’immaginario collettivo nei discorsi da bar, batte sempre sullo stesso chiodo: se ogni file musicale illegalmente condiviso viene visto come una potenziale vendita persa, di conseguenza, posso calcolare le perdite totali moltiplicando il costo di una canzone o di un compact disc per i milioni di file scaricati ogni giorno. Possibile. Ma questo modo di ragionare forse non contempla il fatto che se il file sharing non esistesse, probabilmente ci sarebbe molta meno musica in circolazione, piuttosto che molta più gente disposta a spendere soldi in dischi.

Prima di saltare sulla sedia, cari lettori, facciamo un’analisi di coscienza collegandoci virtualmente ai nostri hard disk: sono strapieni. Avremmo veramente speso il prezzo di tutti i prodotti commerciali che nascondiamo nei nostri computer, per averli in mostra sulla mensola polverosa del nostro salotto?

Oggi collezioniamo anche quelli che non ci interessano ed altri di poco valore artistico, per i quali non avremmo mai e poi mai messo mano alle nostre vecchie ventimila lire. Perché spesso succede che tutti noi, possediamo chilogrammi di CD digitali senza averne ascoltato attentamente una nota? Perché ne facciamo un uso spropositato e non assolutamente in linea con il tempo che richiederebbe un ascolto costruttivo di quella stessa musica; costruttivo, ovviamente, se questa avesse tutti i presupposti per essere catalogata come tale. Se avessimo dovuto pagarne il prezzo, non ne possederemmo di certo lo stesso numero. Sarebbe stato un beneficio, perché tanta quantità non fa certo bene. Quindi, la perdita di cui tanto si rimpiange il mancato incasso,  esiste, ma non è tangibile pensata in questi termini. Il classico cane che si morde la coda. E’ un concetto astratto e fa parte della nostra abitudine a contabilizzare un fenomeno, una scusa per un problema che principalmente è culturale e che si porta dietro una serie di considerazioni non da poco.

Non serve rimpiangere i tempi ormai lontani del caldo vinile, delle fragili musicassette e delle prime apparizioni del compact disc, tondi oggetti luminosi che sembravano essere arrivati dal futuro: è un  passato irrecuperabile, nostalgico, quasi – in una accezione assolutamente positiva –  affettuoso e tenero. Certo, non ci si poteva permettere di acquistare (passatemi il termine) paccate di musica, e i pochi dischi che si compravano, che ancora oggi conserviamo e che ci scambiavamo con gelosia, venivano ascoltati in maniera reiterata.

Adesso no, sigh! Ripeto, è già tanto se un disco – o per meglio dire un singolo, perché di dischi non se ne fanno più –  viene ascoltato distrattamente una sola volta prima di essere messo nel dimenticatoio, magari anche per sempre. Sapere che il possederlo non incide sulla nostra contabilità, pur spicciola che sia, non ci permette  interamente di amarlo, perché l’averlo non si traduce in lavoro ed energia per essercelo guadagnato. E’ un concetto molto sottile, provate a pensarci. Anche toccarlo, aprirlo, leggerlo, conoscere chi ci ha suonato, dove è stato registrato, come è stato pensato, è diventato un dettaglio di cui fare a meno. Peccato! E’ come non considerare, di un libro, la prefazione, il titolo, la scelta dei caratteri migliori, la qualità ed il colore della carta su cui è stampato.

Oggi esiste solo un dente ed il suo ingranaggio. Funziona cosi: una ruota oliata che deve girare perfettamente. Un po’ come essere iscritto al social network del momento, che ci permette di scovare in una lontano paesino l’amico delle elementari di cui per 25 anni non abbiamo saputo più nulla (ed abbiamo vissuto bene lo stesso, no?) o di rimanere in contatto coi nostri simili a cinque minuti da casa nostra, con il minimo sforzo. Riuscendo a farlo senza uscire di casa in un giorno di tempesta, dimenticando che i rapporti umani si costruiscono giorno per giorno, con una certa fisicità e con un certo contrasto. Ed anche zuppi di pioggia. Il problema è interiore? Fortemente. E radicato nella società dell’avere: io ho, quindi sono.

Ma possedere tonnellate di musica non dovrebbe arricchire il nostro peso intellettuale? Si. Ma pare non interessarci … ed è questo che può mandare veramente in crisi la musica.

E non solo.

A cura di Lorenzo Maiani

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