La magia dell’ascolto alla radio: e sia musica!

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Ovvero di quando la musica non si ascoltava con gli occhi.

La magia dell’ascolto alla radio: e sia musica!

La radio è un mezzo che, tra tanti, incarna il progresso. Il progresso è conoscenza, sviluppo, crescita. È un mezzo affascinante, come il treno. Come il cinematografo. Ogni invenzione utile porta progresso. Pensate  all’ombrello, per esempio; non è banale. In particolare, la radio è quella più strettamente connessa alla musica, portando ed avendo portato tra le quattro mura domestiche, in macchina e nei prati il piacere di poter ascoltare.

Registrare una canzone dalla radio con i primi sistemi che permettevano tale operazione, sembrava una vera e propria partenza da quattrocento metri ad ostacoli: la procedura migliore era inserire i tasti REC e PLAY contemporaneamente, frenandoli con il tasto PAUSE su cui l’indice destro era pronto ad alzarsi non appena udivi quello che volevi catturare. La cassetta da centoventi minuti veniva avvolta dall’inizio, ma con i primi secondi del nastro (che non erano scrivibili) accuratamente riavvolti con la matita per permettere l’inizio della registrazione senza perdere preziosi secondi di canzone. Il resto era solo rimanere in attesa per pomeriggi interi, sintonizzati sulle frequenze giuste; immancabilmente di tutti i brani perdevi il primissimo attacco, ma con il ripetuto esercizio giornaliero, il taglio, e di conseguenza il danno, diminuiva. Una volta beccata la song dall’inizio, o quasi, c’era solo da sperare che il disc jockey non se ne partisse con una digressione su come era bello il tempo quel tal giorno, e che, giunto alla fine, non lanciasse la pubblicità o strane rubriche con curiosi jingle. Ma soprattutto che non sfumasse l’assolo finale con il brano seguente in entrata, o peggio che te lo falciasse direttamente a vantaggio della dedica via telefono fisso di un’ascoltatrice impavida.

Era davvero raro, in tempi brevi, detenere la canzone sana e salva nella sua interezza tra le proprie mani. Accadeva che te la ritrovavi divisa in tre, quattro frammenti, magari su due cassette diverse, su lati diversi. I lati erano due: A e B. Quanto impazzimento a ricercare spezzoni, quando non ti ricordavi su quale diavolo di lato li avevi catturati! Se ti ricordavi il lato, altro punto oscuro era trovarne il punto. Qualcuno poteva ovviare a questo problema, sfoggiando sistemi compatti a cassetta con il contatore a tre cifre, che potevi azzerare in un qualunque momento dell’ascolto. Altri sistemi avevano le casse sganciabili ed ubicabili ad un metro di distanza dal corpo centrale, con il filo che si tirava e poi riattorcigliava ad una maniglietta nella parte posteriore. Altri più sofisticati permettevano il doppiaggio della cassetta, la primissima forma rudimentale di back up casalingo! Ma che gioia. Tutto era in ordine: apparecchi come questi ti davano l’idea di possedere il mondo intero e tutta la musica che ne usciva. Merito anche delle lunghe programmazioni, che si stendevano per mesi: i brani di Sanremo, per esempio, si sentivano da Febbraio fino all’inizio dell’estate, forse anche perché erano davvero grandi brani che non si sono consumati nel tempo di una mezza stagione, e che dopo quasi trent’anni suonano come il primo giorno. Basta pensare ad Almeno tu nell’universo, Perdere l’amore, Come saprei.

Il tempo speso alla radio era davvero tanto, come lo stupore quando entravi in contatto con artisti che, pur non sapendone niente, ti facevano innamorare subito di una canzone. Innamorare letteralmente, anche senza sapere chi la cantasse, senza sapere che faccia avesse quella voce. Potevano passare settimane prima di ricomporre insieme tutte i lati del cubo: una voce, un volto, un nome, un titolo, forse un gruppo. Ma questo era anche un aspetto che acuiva l’interesse per quel fiume che sgorgava dalla radio. Non c’era la rete, con cui oggi è comodissimo digitare tre parole appena carpite da una mezza frase, per ottenere un miliardo di pagine di notizie. Con la fantasia costruivi un mondo parallelo intorno a quell’ascolto. Non era importante, se alla resa dei conti l’effettiva faccia del cantante non ti piaceva od era strano cucirla su quel particolare timbro di voce; la musica andava sopra a tutto. Perché i brani che aspettavi di rapire erano Hotel California, Image, The logical song, If you leave me now, Arthur’s Theme. Pensate ad un bambino di dieci, dodici anni che sente per la prima volta in radio tali canzoni. Era come vedere il Padre eterno. Con la differenza che alla bellezza ci potevi credere subito, senza dubitarne.

Non era certo un atto di pirateria, accaparrarsi a piccoli passi melodie meravigliose. Non era un crimine agire così. Anzi, era forse la forma più nobile di quello che si chiama fruizione personale. Può sembrare strano, ma tutto questo può dare nostalgia. Non certo dei tempi andati, ma del modo di come si arrivava a certe conquiste. Di come si giungeva a conoscere. Era davvero custodire la voglia di ascoltare e riascoltare, più che di possedere musica.

Un atto che più personale di così, si muore.

A cura di Lorenzo Maiani

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