La musica e la forchetta: amore a prima vista – parte 1.

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Come Plindo, tante cose sono state fatte con amore a Firenze.

La musica e la forchetta: amore a prima vista – parte 1.

La cupola di Santa Maria del Fiore è un’opera che tutt’oggi continua a stupire. L’attuale edificio del Duomo fiorentino fu inziato nel 1294; dopo soli diciotto anni, nel 1314, la costruzione era già arrivata alla base del tamburo che oggi la sostiene. Ma ancora all’inzio del 1400 nessuno si era posto il problema (o vi era riuscito a risolverlo) di come ultimare l’imponente copertura. La questione principale era come costruire e soprattutto dove appoggiare le grosse centine di legno che avrebbero dovuta tenerla in piedi fino alla chiusura definitiva della volta. Nel 1418 venne indetto un concorso pubblico per affrontare tale enorme problema e dopo due anni di consultazioni, prove e selezioni il bando venne vinto da un nostro illustre concittadino: Filippo Brunelleschi. Nel 1420 partirono i lavori; nel 1436 la cupola venne inaugurata, anche se mancante della parte finale: la lanterna. Nel 1446, a seguito di un secondo concorso proprio per la realizzazione della lanterna e sempre vinto dal Brunelleschi, la straordinaria opera poteva giungere al termine. Appena un mese dopo l’apertura del cantiere, però Brunelleschi morì non potendo veder ultimato il suo più grande capolavoro ingegneristico. Il lavoro venne portato a termine nel 1461 da Andrea del Verrocchio, primo maestro di un giovanissimo Leonardo che giungerà a Firenze nel 1469.

Possiamo immaginare Firenze senza la sua cupola, invidiata ed osannata da tutto il mondo e simbolo di un periodo fiorente e ricco di idee? Non possiamo. Eppure Dante, essendo morto nel 1321, non l’ha mai vista ne potuta immaginare.

La visione che abbiamo della realtà è eterna, congelata, spesso immobile. Presi da tante piccolezze e stress inutili, perdiamo la parte più bella che risiede nei dettagli di quello che ci circonda ed il senso di come ognuno di questi dettagli possa raccontare una vita intera. Che sia un sasso, un muro, una casa. È divertente passeggiare per le vie dei nostri centri storici cittadini (che crediamo di conoscere, ma in realtà ne sappiamo ben poco) cercando di ascoltare le energie e le voci del passato imprigionate nelle pietre secolari dei nostri marciapiedi. Dovremmo conoscere i nomi e la storia dei palazzi, cosi come i nomi delle piante sulle nostre collline: pitosforo, alloro, oleandro, ligustro. Che cosa curiosa e piena di stupore doveva essere il cantiere per la cupola, anche con tutti i suoi lati oscuri e negativi! I tempi cambiano ma le persone e le abitudini, forse no. In un momento storico in cui “lavoro” è una parola scottante, lo stesso Brunelleschi dovette governare con polso fermo le agitazioni dei lavoratori che chiedevano migliori condizioni di trattamento; per rispondere al loro sciopero si vide costretto ad assumere operai lombardi, reintegrando successivamente quelli fiorentini ma a salario minorato.

Così come è difficile e buffo immaginare Firenze senza la sua cupola, sembra assurdo pensare che tutta la musica non esiste prima di essere scritta. O forse esiste senza che la conosciamo? Michelangelo, mentre scolpiva il marmo, diceva che il suo compito era quello di levare il materiale in eccesso sulla statua, liberandola dalla prigione della materia sovrabbondante.

Osservando il DAVID (commissionato al Buonarroti dai Consoli dell’Arte della Lana e dagli operai dell’Opera del Duomo di Firenze) fa sbigottire ricordare che un tempo uno degli emblemi del Rinascimento sia stato solo un enorme blocco di marmo alto cinque metri, per giunta scartato precedentemente da altri scultori perché ritenuto di qualità fragile. Così certe melodie paiono esser sempre esistite tra gli 88 tasti del pianoforte, e non scritte da certe mani una mattina d’improvviso: quelle delle opere di Giacomo Puccini e di Giuseppe Verdi; la celeberrima Marcia Nuziale di Mendelsshon che tutti abbiamo, almeno una volta, cantato per scherzo a qualche coppia di amici timidi; Per Elisa di Beethoven o canzoni dalla scrittura geniale come Yesterday e Billie Jean. Note nascoste tra altri suoni, che sembra facile ed intuitivo scovare. Magari! Ma in fondo, anche in questo caso, sono state levate le note che non servivano lasciando solo quelle giuste.

Andando sul pratico, usare un attrezzo semplice come la forchetta, che permette un’incredibile serie di acrobazie nell’arpionare il cibo, oggi è la cosa più normale del mondo. Intorno all’anno 1000 non era così, e l’utensile destinato a cambiare usi e costumi venne introdotto in Occidente dalla famiglia dell’imperatore bizantino Costantino VIII. Alcuni esponenti della chiesa vollero bandirla, perché ritenuta un qualcosa di demoniaco a causa della forma a punta che nell’immaginario cristiano rappresentava un oggetto in uso al diavolo. A Firenze la forchetta era già conosciuta presso i Pucci, come testimonia un dipinto di Sandro Botticelli del 1483, commissionato da Lorenzo il Magnifico per regalo di nozze alla nobile famiglia. Dalla corte medicea venne poi introdotta in Francia grazie a Caterina de’ Medici. I nostri cugini d’Oltralpe non sempre sono avanti a noi, pur conservando la nostra Gioconda.

Sempre al Brunelleschi si deve anche il primo prototipo di un oggetto non troppo simpatico di cui sicuramente molti di voi vorrebbero fare a meno: la sveglia! Nel suo periodo di apprendista, prima di diventare la grossa figura che oggi ricordiamo, sviluppò alcuni orologi meccanici di cui uno nominato “destatoio”. Il nome è già tutto un programma; se solo avesse saputo a quanti avrebbe fatto odiare il lunedì.

Al caro Filippo, da buon vecchio fiorentino e maledetto toscano piacevano appunto le burle ed era famoso in città, oltre che come poliedrico artista, anche come personaggio caratterizzato da un senso dell’umorismo perverso (riuscì addirittura a far credere ad un povero ebanista d’essere un’altra persona, tramite una serie di testimonianze sapientemente orchestrate che misero in fuga il malcapitato).

Infatti, non a caso, è uno dei padri della prospettiva, cioè l’arte ingannevole alla vista di riprodurre la realtà in senso bidimensionale spacciandola per tridimensionale. Queste erano le persone che hanno fatto parte della nostra città, e che ancora oggi sono presenti e vive più dei presunti presenti.

Per fortuna!
(… continua …)

a cura di Lorenzo Maiani

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