La musica e la forchetta: amore a prima vista – parte 3.

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Come Plindo, tante cose sono state fatte con amore a Firenze.

La musica e la forchetta: amore a prima vista – parte 3.

Firenze era l’asse ed il fulcro artistico su cui buona parte del pianeta intellettuale girava. Immaginando tutto il movimento in corso negli animi, nelle botteghe artigianali e nella strade la visione non doveva essere troppo diversa da quella che il mondo fantasy ricostruisce con la realtà virtuale: uomini che brulicavano come formiche su una cupola che sfidava le leggi della gravità e della fisica; uomini che si mettevano di fronte a grandi istituzioni come la chiesa in nome di uno conoscenza dettata dall’esperienza e che mettevano in discussione “certezze” ferme da secoli, costruite per il popolo da una fede assoluta e cieca. La scienza e l’arte, nuove baluardi della conoscenza, si contrapponevano e completavano a vicenda.

Nel 1573, precisamente il 14 gennaio si ha la notizia che in casa del Conte Giovanni Bardi, in via de’ Benci (zona S. Croce) si riunì per la prima volta un gruppetto di drammaturghi e musicisti quali, tra gli altri, Giulio Caccini, Emilio de’ Cavalieri, Jacopo Peri, Girolamo Mei, Ottavio Rinuccini e Vincenzo Galilei. Questi intellettuali discutevano sullo stile drammatico degli antichi greci e di come sarebbe stato possibile riportarlo ai fasti del tempo passato. Sviluppando tale tematica in campo musicale elaborarono uno stile recitativo in grado di cadenzare la parola parlata ed il canto. Inizialmente il tutto venne applicato a semplice monodie (melodie per voce sola) non troppo articolate, per poi, con il tempo, essere impiegato in forme compositive più complesse che potevano anche presentare abbellimenti vocali e venivano accompagnate con gli strumenti dell’epoca: l’organo, il chitarrone, il liuto, l’organo, la chitarra. Il gruppetto di amici, forse anche tra un buon vino e qualche battuta sulle dame fiorentine, ha così dato vita ad un processo evolutivo della parola cantata culminato in quello che oggi noi chiamiamo letteralmente e conosciamo come Opera Lirica. La prossima volta che transitate da via Peri , in zona Fortezza o da via Caccini presso Careggi a Firenze, saprete chi erano questi fantastici personaggi! Ed anche questa è una cosa che è stata fatta con amore a Firenze, la nostra città!

Le sette note della scala maggiore rappresentano la cosa più normale che un musicista possa possedere. Da dove abbiamo ricavato questo alfabeto per scrivere e fare musica, per studiare l’armonia e la composizione?È lo stesso, a posteriori,  che le illuminate menti descritte sopra trattavano; è sempre esistito? È presente in natura? Pitagora, come abbiamo già visto, tramite i suoi esperimenti ed uno strumento di sua invenzione chiamato Monocordo, definì il concetto di ottava ed il rapporto che lega i due suoni che la producono. Un aneddoto racconta di come lo scienziato, passando davanti alla bottega di un fabbro, fu colpito dalla diversità dei suoni che producevano i martelli contro le incudini. Qual’era la ragione per cui certi risultavano armoniosi ed altri fastidiosi all’udito e rumorosi? Tutte le cose che vengono scoperte e poi teorizzate, sembrano a posteriori banalissime: l’ottava è creata da due corde le cui vibrazioni sono in rapporto 2:1, ovvero la corda che produce il suono più basso  è esattamente il doppio di quella che produce il suono alto. Per dare l’idea di cosa sia l’ottava basta pensare alle prime due note che aprono la melodia di Over the Rainbow, sulla parola Somewhere. Vincenzo Galilei (nuovamente lui! … e negli stessi anni in cui faceva parte della Camerata de’ Bardi riportata poco sopra) ripeté gli esperimenti di Pitagora appendendo dei pesi al soffitto, cercando di capire se i rapporti numerici di lunghezza che determinavano i suoni, risultavano identici con altri sistemi di misura. Nel corso dei tempi, il suddividere l’ottava in altri intervalli con una serie di rapporti numerici, ha dato luogo a non poche discusse questioni. Seguendo infatti la logica matematica ed il sistema della giusta intonazione (già presente negli scritti di Claudio Tolomeo nel II secolo) le note e di conseguenza gli intervalli ottenuti tra queste, non risultavano esser tutti relativamente uguali tra loro: il tono compreso tra do e re non era identico a quello tra re e mi; così il procedere per quinte partendo da un suono non si chiudeva come un cerchio perfetto quando veniva raggiunta la nota più alta della serie, in modo che questa potesse formare un’ottava perfetta con il punto di partenza e suo equivalente più grave. L’annosa questione del moto perpetuo ci ha sempre affascinato ed anche il grande incisore e grafico olandese Maurits Cornelis Escher l’ha perseguita nei suoi fantastici disegni. Se oggi possiamo tranquillamente suonare un brano in tutte le tonalità, nel tempo in cui si stava formando il sistema tonale questo non era possibile, anzi! Brani scritti su specifiche tonalità, una volta spostati ricordavano il suono di una cristalleria che andasse in frantumi! A tal motivo videro la luce strani strumenti a tastiera con diciannove, ventisette o trentadue tasti per ottava, in cui a seconda delle alterazioni si poteva schiacciare quel tasto o l’altro per produrre accordi perfetti. Non ebbero lunga vita! Quindi, a significare che l’eccezione conferma le regole e che la perfezione assoluta non esiste, l’uomo ha dovuto nel corso dei secoli forzare faticosamente la matematica e “smussare gli angoli dei suoni”. È stato come fare la punta ad una matita, perfezionando la definizione del tratto che darà la sua mina: polvere di graffite musicale che caratterizza il nostro sistema come temperato ed equabile (Temperare dal latino, ovvero “unire nelle giuste proporzioni”) in cui questi termini identificano in maniera descrittiva il processo evolutivo della nostra conquistata e diffusa accordatura, che è da considerarsi come un vero e proprio aggiustamento da parte dell’uomo all’ordine immutabile delle cose naturali.

Come dicevamo? Si, cosa condiziona scegliere il proprio strumento: l’avete, e l’abbracciate. Adesso accordatelo! Sappiate anche che mentre lo fate, in pochi minuti, snocciolate duemilacinquecento anni di ricerca che non viene da un luogo troppo lontano da voi.

a cura di Lorenzo Maiani

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