La musica “incolta”: tutto il resto è noia.

Quando perfezione e bellezza non sono elementi decisivi.

La musica “incolta”: tutto il resto è noia.

É un nostra fissazione. Come si dice, un vero e proprio pallino, un chiodo fisso: tendere alla perfezione. Su questo non ci sarebbe niente di male, abbiamo già visto come sia importante il cercare di migliorare se stessi ed il mondo che ci circonda. Quello che non torna è lo strano motivo per cui siamo arrivati a mettere in forte relazione il concetto di perfetto con quello di bello. Vuoi perché si impongono modelli di riferimento lontani dalla realtà, vuoi perché è più facile credere ad una grande bugia che guardare la vita vera dritta negli occhi. Negli ultimi venti anni, questi due concetti si sono completamente sfaldati, complice la grande menzogna televisiva.

Il bello è il perfetto, il perfetto è il bello; donne bellissime, macchine bellissime, carriere artistiche (ma anche politiche e non solo) bellissime e soprattutto veloci; invece stiamo tendendo alla più trita forma di omologazione. Il nostro bisogno di organizzare e ridefinire le linee delle nostre vite secondo malati parametri ha raggiunto il punto di non ritorno. Perfezionare le nostre esistenze in questo senso è un’inutile dilatazione del concetto stesso di bello. Neanche madre natura è così maniaca, come noi esseri umani: nel suo totale strabiliante ordine, brilla sempre una luce di pura casualità, di vero mistero. Ve ne accorgete se in qualche luogo sperduto, dove non arrivano rumori di città, trovate una grande immensa quercia e d’improvviso vi viene voglia di chiudere gli occhi e di abbracciarla per qualche interminabile minuto. Fatelo, non vi sentirete ridicoli.

Di cose belle (e noiose) siamo circondati. Famosi in tutto il mondo i giardini all’italiana: ambienti verdi di ispirazione classica tardo – rinascimentale, caratterizzati da una divisione matematica degli spazi, da sculture vegetali che si riflettono in rigidi specchi d’acqua geometrici. Chi le vive e le cura, sa bene che le piante non raggiungono cosi la loro massima espressione, non riescono a raccontare i loro DNA, né a donare la loro essenza; anzi, rimangono soffocate in forme imposte e non assolutamente naturali, perdendo tutta la loro affascinante energia. Un bosco incolto ed impenetrabile, per quanto disordinato e pauroso, è sicuramente più vero, dinamico e vivo. Miriadi di sentieri non tracciati vi sono nascosti, ognuno perdendosi seguirà il suo, immaginandolo tra la fitta vegetazione. L’esempio calza a pennello per chiederci quanti e quali processi d’impoverimento espressivo abbia subito la musica di massa per rimanere imbrigliata tra le stesse strette reti del giardinaggio preconfezionato. La cosa che sembra contare è lo scintillio dell’apparenza, dove il perfetto sconosciuto guarda in faccia l’autore famoso che in tre nanosecondi lo prende in simpatia sotto la sua ala protettiva come se lo stesse aspettando da dieci anni. Anche stimando grandi nomi presenti sul piccolo schermo, non riusciamo a crederci, ed un po’ ci dispiace. Ma come cantavano i Matia Bazar c’è tutto un modo intorno, e lo sbaglio è credere che il mondo sia solo quello.

Qualcuno di voi ricorderà la cerimonia di apertura delle Paraolimpiadi di Londra del 2012, un vero e proprio spettacolo di quasi quattro ore, intitolato “Enlightenment” diretto da Stephen Daldry, tre volte candidato all’Oscar e narrato da Stephen Hawking, il più importante fisico britannico immobilizzato sulla carrozzina a causa di un’atrofia muscolare progressiva. David Toole è un ballerino senza gambe. Durante quella cerimonia, sulle emozionanti note di un pianoforte a coda, agganciato a fili d’acciaio danza nel vuoto nel mezzo dell’Olympic Stadium, simulando il volo come un viaggio verso la conoscenza e consapevolezza dei concetti di libertà, democrazia ed uguaglianza. La prima edizione delle paraolimpiadi si tennero proprio a Londra nel 1948 e nacquero per dare ai reduci della Seconda Guerra Mondiale una seconda chance nella loro vita sociale e personale.

La scena descritta nel paragrafo sopra è al minutaggio 3h:11m:35”

Ritroviamo David in “The Cost of Living”, un lungometraggio di produzione inglese che non spreca troppe parole: al posto di tanti dialoghi inutili, musica e danza si sostituiscono al parlato arrivando dritto alle corde del cuore. Tra le altre scene, il Pas de duex è toccante: l’incontro di due corpi estremamente dissimili si compie nell’equilibrio di movimenti all’unisono, in cui il corpo di lei, sensuale, dolce ed aggraziato, si fonde con quello di lui, conturbante e menomato. Ma la grazia di tanta leggerezza arriva a commuovere nella forza comunicativa della gestualità del continuo intreccio poetico tra braccia, abbracci e mani, facendo superare tutti i limiti mentali o repulsioni che possiamo avere o immaginare.

Nel finale Eddie, altro protagonista del film, sulla spiaggia davanti ad un calmo mare, cammina tendendo le mani a terra, e portando David in groppa all’altezza dei reni, crea l’illusione ottica che l’amico disabile sia dotato improvvisamente di nuove gambe. Ed è propria questa la pura bellezza che ci fa illuminare. Tutte queste emozioni non passano per il filtro del bello assoluto. Non serve. Ci inchiodano alla sedia, richiamando quello che vorremmo dalla musica (così importante in quanto denominatore comune delle arti in genere) e da tutte le espressioni creative.

Ed anche dalla vita, ma sappiamo che notizie come quelle che ci arrivano del recente, terribile e vigliacco attentato di Boston (in cui sono morte tre persone senza nessuna colpa, molte sono rimaste gravemente ferite e due fratelli hanno perso una gamba ognuno avendo ancora due terzi della vita da vivere) ci fanno poco sperare.

A cura di Lorenzo Maiani

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