La musica invisibile: la parte nascosta dell’iceberg – parte 1

Breve viaggio nella musica invisibile.

La musica invisibile: la parte nascosta dell'iceberg

L’iceberg, come tutti sappiamo, è un enorme blocco di acqua allo stato solido. Il nome deriva dalla parola olandese “ijesberg” che significa letteralmente montagna di ghiaccio.  La densità del ghiaccio puro è inferiore a quella dell’acqua di mare: ciò permette che questi immensi blocchi a spasso per il mare artico possano galleggiare, se pur per il 90% del proprio volume, sotto la superficie marina. Da ciò deriva, nell’immaginario comune, il modo di dire “è solo la punta dell’iceberg” per indicare problemi di difficile risoluzione. Qualche settimana fa, abbiamo affrontato il suono magico dell’universo; anche gli iceberg producono una specie di musica: esattamente nel momento in cui si sciolgono, emettono un suono spumeggiante denominato Bergie Seltzer, che è dovuto alla liberazione delle bolle di aria compressa rimaste intrappolate nei suoi strati di ghiaccio. E pensando ad una certa musica, quale migliore metafora se non quella di raffigurala come un enorme iceberg alla deriva?

Nel nostro strano paese, esistono tante eccellenze. Per citarne alcune: il buon vino, l’ottimo artigianato, la prelibata cucina, i luoghi incantati, i musei, l’arte e la cultura. Come abbiamo visto negli ultimi articoli, siamo stati un popolo talmente curioso e desideroso di capire il mondo che avevamo intorno, da arrivare anche a condizionarlo. Tutto questo, in tempo di crisi, recuperando la lezione dei nostri padri antenati, potrebbe rappresentare la fune calata dalla finestra della prigione, che potrebbe permetterci la fuga da un futuro che non vogliamo. Uno studio recente della CGIL attesta che solamente nel 2076 torneremo ai livelli occupazionali dello scorso decennio. E che ne occorreranno ancora tredici anni per tornare ai valori del PIL del 2007. Il che vuol dire che più di una generazione si è già fumata tutti i sogni, suo malgrado. Ma non ci crediamo, anche se il cubetto metallico a corrente, posizionato strategicamente nei nostri salotti, ci ha mostrato, alla fine di un nuovo Talent un altro vincitore. Siam ben felici, se tutto ciò aiuta la crisi (delle idee). Ma ciò rappresenta solo la punta di un sistema che persiste ed insiste nella direzione sbagliata, e cioè nel voler costruire il tutto sul niente. Come voler rifondare la nostra Repubblica su un’idea di lavoro che sia solo le otto ore in fabbrica per poi morire lo stesso di fame. È un concetto di partenza sbagliato, un’altra punta dell’iceberg. Non è il vertice ciò che sostiene la struttura, ma è tutto quello che sta sotto, è l’apparente invisibile. Nel caso della metafora della musica, il suo strato forte è chi la musica la fa davvero; chi sa parlarne, chi sa argomentare un pensiero traducendolo in suoni, ma sapendolo anche spiegare, giustificando i motivi della sua esistenza (argomento su cui torneremo anche la prossima settimana).

Sul pianeta sono presenti troppe automobili. Ecco, sono presenti anche troppi dischi: se la quantità non è sinonimo di qualità, lo sia almeno di originalità. Dove il termine originale non indica l’astruso, ma la semplicità delle idee, una voce che, anche se non troppo intonata, faccia vibrare le corde giuste ed il calore dei suoni sappia di legno e metallo, senza girar troppo intorno alle cose belle senza sfiorarle (come quando un giovane allievo pianista non troppo dotato abusa del pedale, solo perché in realtà non è capace di suonare legato). Nel mondo dello spettacolo la ripetizione noiosa e continua di un fenomeno ormai affermato, anno dopo anno da più di dieci anni, non rappresenta per forza il successo; è la punta dell’iceberg che rivela altri problemi. È un apice effimero, quanto ingannevole, blando. Non c’è niente di più insopportabile di qualcosa che non serve, in un momento come questo. Steve jobs ci ha ricordato di non perdere tempo vivendo la vita di qualcun altro. Se vi guardate intorno la maggior parte degli artisti vive la musica di qualcun altro, sulla punta dell’iceberg. Quando passerà il loro tempo, sarà come levare un biscotto ad un bambino.

Avevamo accennato, sempre qualche settimana fa, alla scomparsa di Armando Trovajoli. La città di Roma, a distanza di qualche mese, proprio lo scorso 30 Maggio, ha pensato di intitolare al grande Maestro il Ponte della Musica, inaugurato nel 2011, che collega il quartiere Della Vittoria al Flaminio. Avevamo posto l’accento di come le istituzioni, troppo impegnate a far propaganda politica e lotte elettorali, non si fossero spese in troppe parole a ricordo dello stimato musicista, nei giorni immediati alla sua partenza dal nostro mondo. Quindi questo gesto alla sua memoria, oggi,  ci fa davvero piacere, perché un nome come quello di Trovajoli merita questo e ben tanto altro. Alla cerimonia erano presenti, tra gli altri, Enrico Brignano, Enrico Montesano e musicisti DOC come Roberto Gatto e Danilo Rea. È un atto nobile di intitolare alla musica ed a chi ha lavorato per lei e i propri simili un luogo fisico che lo possa ricordare; ci sentiamo di dire, però, che lo stato deve essere puntuale coi suoi figli, e non  arrivare sempre (con la cultura) a scoppio ritardato.

Ed anche questa è la punta di un altro iceberg.

(… continua …)

a cura di Lorenzo Maiani

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