La musica invisibile: la parte nascosta dell’iceberg – parte 3

Breve viaggio nella musica invisibile.

La musica invisibile: la parte nascosta dell'iceberg – parte 3

Il momento è caldo. Non solo per l’arrivo, ed era l’ora, dell’estate e dei suoi primi giorni di sole pieno. E’ caldo per il clima di tensione che si respira nel mondo, ed anche nel nostro paese. Mentre si uniscono coloro che sono stati sempre divisi su tutto, il termine scissione incombe. Quotidianamente, proprio quando ci sarebbe il bisogno di una vera unificazione per aprire la porta del cambiamento. Essendo gli italiani un popolo di allenatori che, dopo aver perso la finale dei mondiali, sfoderano la formazione alternativa che avrebbe potuto sicuramente vincere, allo stesso modo discutiamo al bar di come pochi, ma basilari punti fermi potrebbero salvarci dalla crisi. La realtà è un’altra cosa. Nonostante tutto, benché esistano situazioni di vero disagio, il protestare davanti ad altre porte, quelle del potere, non è nelle nostre forze, né nelle nostre corde; forse non siamo ancora stanchi abbastanza, o speriamo nel miracolo.

In Turchia, le manifestazioni antigovernative che ormai sono dilagate in tante altre città, sono iniziate il 27 maggio per impedire l’abbattimento di 600 alberi a Gezi Park. Centinaia di giovani si sono accampati nel parco per fermare, ogni mattina, l’arrivo dei bulldozer che tentavano, con le loro braccia di ferro, di sradicare gli alberi nel grande polmone verde della megalopoli per far posto ad un un immenso, nuovo centro commerciale affiancato da una serie di caserme. Oggi i reparti antisommossa della polizia rispondono alle folle con lacrimogeni, fumogeni e cannoni ad acqua (pare) mescolata a sostanze urticanti. Nel manifestare contro l’ inarrestabile cementificazione di Istanbul, il passo è stato breve per gridare la rabbia contro il governo ed il suo stile autoritario, che desidera solo far progredire il paese per accondiscendere certi soliti interessi, minimamente non considerando la qualità della vita dei suoi stessi abitanti. Abbiamo visto fotografie di coppie abbracciate per le strade che davanti all’arrivo delle forze dell’ordine hanno iniziato a ballare il tango. Quale migliore cultura è quella di rispondere alla forza con la passione?

A causa della crisi economica che sta sconvolgendo la Grecia, martedì scorso ERT, la prima emittente televisiva pubblica greca, ha sospeso tutte le trasmissioni su decisione del governo. Abbiamo più volte posto l’accento su come una certa televisione non produca materiali di intrattenimento di spessore (perché anche lo svago mentale più “light” può essere cultura); ma non dobbiamo dimenticare che esiste anche una parte di servizio pubblico che con costante impegno diffonde materiale di alto livello. Con la chiusura dell’azienda d’informazione greca, molti apparati sono destinati a morire: uno di questi è l’Orchestra Sinfonica Nazionale. Hanno molto colpito le immagini trasmesse dal Radiomegaro di Agia Paraskevi, la sede storica del canale: dopo settantacinque anni di esistenza, l’orchestra ed il coro si sono esibiti nel loro ultimo concerto. Gli orchestrali hanno suonato l’inno ellenico tra le lacrime, abbracciando i loro strumenti. Davanti ad un disastro simile, resta la dignità della cultura, senza i soliti eleganti frac ma con le maglie della vita di tutti i giorni. Nella tristezza delle immagini, i volti dei musicisti comunicano molto più delle parole. Una folla di persone si è radunata nella piazza antistante per l’occasione, insieme a quattrocento giornalisti accreditati da tutto il mondo. La musica può diventare invisibile, se le scelte politiche di un paese non vogliono investire sui propri cervelli; la musica diventa invisibile se viene sommersa dal peso di altri interessi. Non dovrebbe accadere, ma sotto gli occhi di tutti c’è anche quello che sta succedendo all’orchestra della nostra amata città.

L’uomo è un essere curioso. Alcuni dei suoi esemplari si fermano per salvare una coccinella appoggiandola dall’asfalto su un fiore; altri abbandonano un cane dopo dieci anni di convivenza. Nel mondo degli umani i parametri sono strani: un foglio con tanti zeri sembra essere l’unico metro per determinare la ricchezza che si può accumulare nella vita. Un senso del possedere univoco, fragile quanto un castello di carte. Si è ricchi quando si possiede un albero? Perché decine e decine di persone spendono il loro tempo in difesa di una pianta? Forse perché pensano che sia quella la ricchezza? Nella stragrande maggioranza dei casi, al momento della nascita di ognuno di noi, l’albero che potremmo possedere è già presente sulla terra, forse già con un bel po’ di anni ed un grande fusto. Al momento della nostra partenza, quello stesso albero rimarrà sulla terra, nella stragrande maggioranze dei casi, per almeno il doppio degli anni che noi avremo vissuto. Un proverbio dei Navajo, popolo nativo americano, ricorda che il mondo non lo abbiamo avuto in eredità dai nostri padri, ma l’abbiamo in prestito dai nostri figli. Se ne deduce che niente realmente è nostro, se il nostro passaggio è così veloce. Il concetto di scambio e prestito è molto più nobile di quello di possedere. E se considerassimo la musica come qualcosa in prestito da chi ci sarà dopo di noi? Quanta bella ne potremmo produrre se ragionassimo su una cultura musicale progettuale a lungo termine. Dopo quasi 50 anni le canzoni dei Beatles suonano fresche, come se fossero state scritte questa mattina. Oggi non spendiamo soldi nei dischi, forse perché questi non cambiano la nostra vita. Chi è così perverso da mettersi in casa un disco che non si fa ascoltare per più di dieci volte? Ma soprattutto cosa lasceremo d’ascoltare alle generazioni tra 50 anni? Ascolteranno i Beatles.

Eravamo partiti dalla punta dell’iceberg, indagando anche la parte sommersa. Per arrivare all’albero, la distanza è più piccola di quanto si pensi.

( … continua … )

a cura di Lorenzo Maiani

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