La musica: tra professionismo ed improvvisazione

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La musica da una parte, dall’altra qualcosa che le assomiglia.

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Nella maggior parte delle storie per il grande pubblico – sia letterarie, cinematografiche o di qualsiasi altro prodotto di fantasia, l’eroe ha spesso a che fare, in un certo punto della vicenda, con il suo alter ego. L’apparizione di questa figura negativa crea nella narrazione, un punto di tensione irreversibile e cruciale mettendo in cattiva luce la giusta via perseguita dal nostro preferito. Procedendo verso il finale, le distorsioni si riequilibrano, lo spirito e le qualità del protagonista ritendono al positivo. Riallineandosi gloriosamente nel finale ai proprio ideali, invade così il cuore dello spettatore/lettore. E’ un processo codificato che scatena reazioni emotive ancestrali e che funziona. Il film è finzione. La musica no, e si divide tra professionismo ed improvvisazione.

In quasi ogni genere musicale (e sappiamo che sono termini da usare con le pinze e da prendere con le molle) ed epoca, da ascoltatori appassionati abbiamo presenziato a situazioni non tanto diverse da quella descritta sopra: il pubblico si è sempre diviso in due macro aree, fronteggiandosi al pari di tifosi di calcio. Puccini o Verdi? Beatles o Rolling Stones? Duran Duran o Spandau Ballet? Tra innumerevoli casi del nostro presente, scomodiamo due pianisti che, per fortuna loro, sono diversi per atteggiamento, stile ed approccio alla musica.  Parecchi di voi saranno sicuramente divisi sul preferirne uno all’altro. È solo un esempio per rimarcare il concetto appena espresso. Uno ha compiuto da poco quarant’anni, è rasta e barbuto. L’altro ne farà a breve quarantaquattro ed i suoi segni di distinzione sono un bel cesto di riccioli neri e gli occhiali. Alla domanda “Cosa serva per comporre” il primo ha risposto di non conoscere la risposta; aggiungendo che, se la conoscesse, probabilmente scriverebbe di più (intervista rilasciata a “Oltre Musica” su ABC, canale 33 del digitale terrestre). Il secondo, dalle pagine di un suo libro, ci racconta che la musica è una strega capricciosa che, bussando alla sua mente, gli lascia una manciata di note già perfettamente allineate. Senza voler in questa sede sparare sentenze o scrosci di applausi a favore dell’uno o dell’altro, abbiamo come strumento di misurazione le loro risposte. Sono queste che ci possano far tendere verso una delle due parti. Ed in questo caso specifico, da una parte c’è la musica, dall’altra qualcosa che le somiglia.

Il problema del nostro tempo musicale risiede in questa chiave di lettura. A stare da una parte, o dall’altra. Tra il meraviglioso ed il mediocre, c’è solo un’ immaginaria linea retta di  infiniti punti. O sei di qua, o sei di là. La musica è in crisi, lo abbiamo detto e ridetto. Non saranno certo i bei volti di due o tre giovanotti che smuovono masse di adolescenti a risollevare le sorti del mercato della terra del bel canto. Perché se è vero che gli adolescenti sono i maggior fruitori di musica commerciale, è anche vero che  il loro è un movimento tipicamente turn over (nel senso che il loro esser fan cambia velocemente bandiera, e che quindi non sono attendibili come campioni/esempio di chi nella musica cerca “l’oltre”). Quindi, prima della crisi e per superarla, c’è da rifondare interamente l’idea di musica, di cosa sia, a cosa serva. Non sempre è colpa del sistema, però. L’italiano come popolo ama parlare, gesticolare, urlare. Se prima raccontavamo al vicino della sveltina nella tromba delle scale tra il bell’uomo del primo piano e la signora attempata del terzo,  adesso ci alziamo dal letto e se ci siamo grattati le parti basse durante la notte, lo scriviamo sulla bacheca bianca e blu. O sei discreto, o sei un pettegolo.

In un mondo normale, fatto di ruoli socialmente definiti, non potete decidere di diventare improvvisamente avvocato, ingegnere o notaio. Ricevereste uno schiaffo, una risata in faccia: che credibilità avreste o potreste dare? Ma non potreste nemmeno diventare un muratore, essendo una professione che richiede la conoscenza data dell’esperienza di anni sul campo! Invece, in un mondo che va al contrario, dominato da DNA pressapochisti, potete diventare musicisti, dire di esserlo, sembrarlo in tutto e per tutto e vi crederanno pure! Nel frattempo fare anche altri due lavori, campando realmente con quelli. E’ una condotta che distrugge le posizioni di tutte quelle figure che di musica ci campano davvero, e che  – per essere competitive – devono sostenere spese e non possono più di tanto abbassare i costi. Il 90% delle committenze, spesso sapendone parecchio meno di chi esercita, alla fine della fiera, per ignoranza o per risparmiare (tanto ascoltano la musica sul cellulare) si rivolgono proprio al Nerd di turno che è diventato fonico in una settimana, con il banco del mixerino accanto alla cesta dei panni sporchi, dentro il suo incasinato appartamento per niente predisposto ad accogliere una simile situazione quale uno studio di registrazione. il piccolo/medio studio quindi viene superato dal ragazzetto unto ed il chitarrista più preparato dal plug-in virtuale meglio programmato. Ma il risultato finale ha la stessa qualità/competitività/bellezza del lavoro svolto, come dire, “alla vecchia”? O sei un musicista, o sei uno che lo sembra. O di qua, o di là.

Fa ridere, ma sembra la lotta tra bene e male. L’eroe buono da una parte ed il suo alter ego dall’altra. Sperando che questa crisi sia come un grande incendio che brucia ogni cosa dove passa, al sorgere di una nuova primavera musicale e non solo, chi ha dimostrato di possedere forti apparati radicali, e si è riparato bene, riemergerà con il suo timido germoglio verde. Chi avrà coltivato idee sensate, chi si sarà dedicato nel silenzio a progetti strutturati da un lavoro costante e continuo, si troverà pronto ai blocchi della ripartenza; riuscirà senza ombra di dubbio a risalire la crina, arriverà alla cruna dell’ago  e ci passerà dentro come il cammello che ci è riuscito.

E cosi sconfiggeremo non il nostro lato oscuro, ma quello di una musica peggiore e di chi la fa.

A cura di Lorenzo Maiani

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