La percezione della musica: siamo liberi da preconcetti?

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Il contesto condiziona la percezione della qualità?

La percezione della musica: siamo liberi da preconcetti?

Sicuramente è successo a tutti. Quante volte ci siamo fermati ad ascoltare un musicista che suona all’angolo di una strada? Personalmente mi è capitato innumerevoli volte, in svariate parti del mondo. Percependo sempre, all’ascolto, una gioia intima, fortemente interiore. A Los Angeles mi sono imbattuto in un ragazzo di colore che suonava la batteria.

La curiosa frequenza ritmata, che si definiva con la riduzione della distanza, proveniva dal punto di intersezione tra Highland Avenue ed Hollywood Boulevard. Batteria! Parola grossa. Era un insieme di bidoni, più o meno grandi, più o meno larghi. Barattoli della vernice, lattine formato maxi di conserve, scatole. Per bacchette due pennelli, impugnati dalla parte delle setole. Il ragazzo nella sua smisurata canottiera bianca teneva un groove stupefacente, per niente scontati erano i suoi improvvisi cambi di ritmo. Ed il suo suono non era di plastica. Era reale. Suonava come stesse bevendo un bicchiere d’acqua fresca. Senza un palco, un teatro, un contesto giusto, una visibilità adeguata al suo talento. Ma mentre suonava, sorrideva e rideva.

In un’altra città un uomo si mette a suonare in una stazione. Una stazione come tante, con vari negozi ed un bar con distributori automatici di biglietti della lotteria; un luogo molto frequentato. Fuori, sui marciapiedi, è un freddo mattino di gennaio. I vagoni della metro si scambiano veloci, con il loro carico umano nell’ora di punta. Migliaia di persone si sfiorano nei cappotti, ognuno con la propria storia, le sue problematiche, i suoi sogni. L’uomo suona un violino, porta un cappello, un paio di jeans. Nei primi tre, quattro minuti un signore dell’apparente età di cinquanta anni rallenta il passo, si ferma. Passano alcuni secondi, corruga la fronte, e riprende la corsa verso la sua tabella giornaliera di marcia. Dopo pochi altri minuti, il musicista riceve la sua prima mancia: un dollaro di una donna, gettato frettolosamente nella custodia del suo violino, davanti a lui. Successivamente un altro passante si appoggia al muro, guardando l’orologio più volte. Anche’egli, dopo poco, riprende il cammino. Il violinista suona per circa tre quarti d’ora, in cui esegue sei pezzi di J. S. Bach. Il più interessato spettatore è un bambino, che continuando a camminare gira la testa, mentre la madre lo tira per il colorato giacchetto. Un comportamento ripetuto in modo identico da altri bambini. Identiche anche le reazioni di tutti i genitori, senza eccezione di nessuno, che li forzano a muoversi con loro. Quando ripone lo strumento nella custodia, nessuno reclama un bis, nessuno applaude.

Nessuno poteva saperlo, ma quel violinista non era un comune musicista da strada. Era Joshua Bell, uno dei più grandi violinisti del mondo. Americano, nato nel Minnesota a Bloomington, ha 45 anni e da quando ne ha 14 suona con le più famose orchestre del pianeta. Suona un violino all’altezza della sua bravura: un eccezionale Stradivari del 1713, del valore di quasi quattro milioni di dollari. In riga con il suo talento, è anche un artista un po’ fuori dagli schemi: ha recitato in un film, negli Stati Uniti ha partecipato ad una trasmissione televisiva, e la rivista People lo ha definito tra i cinquanta uomini più belli del mondo. Una serie di caratteristiche che ne fanno, senza ombra di dubbio, una star. Eppure, alla fermata Enfant Plaza Station della Metro di Washington la stragrande maggioranza dei passanti lo ha ignorato.

L’esecuzione in incognito di Joshua Bell fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sul gusto, la percezione, e le priorità delle persone. La domanda era se in un ambiente comune, ad un’ora inappropriata, percepiamo la bellezza. Se ci fermiamo ad apprezzarla, se riconosciamo il

talento in un contesto inaspettato. Due giorni primi aveva suonato al teatro di Boston, con biglietti che costavano di media 100 $. Del risultato, lo stesso Bell è il primo a stupirsene: All’inizio mi sono concentrato solo sulla musica […] è stato veramente strano, era come se la gente mi ignorasse […] Quando ti esibisci per un pubblico pagante il tuo valore è già riconosciuto. Ma lì, ho pensato: perché non mi apprezzano?” Non solo: Bell ha suonato nell’indifferenza e nel fracasso, mentre “in una sala da concerto io mi arrabbio se qualcuno tossisce o fa squillare il cellulare”.

Una persona, una sola, ha infine riconosciuto Bell, Stacy Furukawa, funzionaria del Ministero del Commercio, che lo aveva ascoltato tre settimane prima in una perfomance alla Libreria del Congresso. “E’ la cosa più incredibile che abbia visto a Washington – ha commentato in seguito la donna – Joshua Bell suonava nell’ora di punta, e la gente non si fermava, non lo guardava, qualcuno gli lanciava una monetina! Monetine?! Ho pensato, ma in che città vivo, dove può accadere questo?!” Nella sua custodia alla fine sono piovuti 32 dollari e spiccioli. Bell ironicamente ha osservato: “Beh, potrei viverci e non avrei nemmeno bisogno di un agente!”.

Quindi percepiamo la bellezza? La musica nella nostra vita è un fatto assoluto, indipendente, libero da preconcetti? Probabilmente abbiamo bisogno che qualcuno, o qualcosa ci dica una grande bugia, e che questa, solo perché ripetuta da altre centinaia e centinaia di bocche, diventi una verità. Lascio la penna al caro Franz Kafka: “Un idiota è un idiota; due idioti sono due idioti. Diecimila idioti sono un partito politico”. 

Meditate gente, mediate.

A cura di Lorenzo Maiani

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