Musica a fette: la ricerca della definizione di genere

La tragicomica conquista della definizione dei generi musicali

La ricerca della definizione di genere - Plindo

Alle scuole medie tutti, chi più, chi meno, abbiamo studiato Storia della Musica. Lo so, ci vuole coraggio per usare il verbo “studiare” perché tra il tempo impiegato per la pratica del flauto dolce (che secoli fa chiamavamo, in modo dispregiativo, piffero emettendo solo fischi) e i minuti spesi in urla, schiamazzi e lanci di cimosa, della lezione che iniziava e terminava nel caos, dell’ora settimanale rimaneva ben poco. Comunque, a qualcosa quell’ora insipida è servita: a fossilizzare nomi come Mozart o brani come il Boléro di Ravel nel nostro cervello. Anche se nei più, queste nozioni sono rimaste negli anni allo stesso stadio di quando ci sono entrate.

Crescendo ci siamo appassionati, seguendo quello che la ricerca della nostra personalità adolescenziale ed il nostro gusto personale, formandosi, ci suggeriva di ascoltare. Quello che ascoltavamo, diventava il nostro stile di vita: al liceo – a spada tratta – i metallari difendevano il loro credo; così facevano i punk, i dark e pure i paninari che, in fatto di reclamare il loro posto in una società colorata, non erano da meno. Poco prima dei venti anni, approdando all’università diventi filosofo di spicciole verità. Inizi a considerare le  ermetiche separazioni dei generi come tasselli di un disegno perfettamente calibrato.

Nel campo musicale, fumettisticamente possiamo immaginare la ricerca della definizione di genere come segue, immedesimandoci in un povero diavolo – tastierista?!? – che sceglie di perseguire la strada della musica: inizialmente ne è assorbito in modo prettamente amatoriale. Probabilmente frequenta le sale prove della sua città; o qualche garage rivestito dai contenitori delle uova. Tre volte a settimana si consuma in prove estenuanti di cover ed inediti acerbi, stordito dal costante gioco al rialzo dei volumi tra basso e chitarra, mentre il batterista ignaro tiene il ritmo per la sua strada. Il giovane è tramortito dal frastuono che rimbalza sui muri e non sente una nota di quello che suona. Non vede l’ora d’andare a letto con il fischio negli orecchi, ma no! Viene trascinato nel localetto scardinato aperto fino a tarda notte per l’immancabile birrino post prove, e cinque minuti di chiacchiere si moltiplicano per venti. Peccato che la mezzanotte sia già passata da due ore. Condivide il bancone con un variegato mondo di musicisti integralisti insonni con cui scambiare opinioni: chi pratica la classica rifiuta qualunque intrusione nella leggera, spesso con un atteggiamento di sufficienza; chi si interessa al jazz considera solo quello, e per loro anche il blues commerciale e il rock sono corruzioni imperdonabili; chi si occupa di rock considera ogni altra forma musicale assolutamente fuori dal nostro tempo.

Ma lui, nel mezzo del suo percorso, è deciso a sviscerarne ogni senso: lascia il gruppetto e fonda progetti da solista, dove può decidere, smontare e fare cose assurde mai viste. Viene sommerso da elucubrazioni e filosofie strane su come la divulgazione delle tecnologie digitali di riproduzione, trasmissione, diffusione e, ultima non ultima, la manipolazione e distorsione delle fonti sonore abbia avuto come effetto, tra gli altri, quello di produrre strategie compositive non ancora radicate al bagaglio accademico e didattico tradizionale nelle quali la mescolanza di stili, idee e tipologie è stata avvertita come un elemento di ricchezza reso possibile dal perfezionamento dei mezzi tecnici. E su come la dimensione spettacolare del fenomeno abbia dato vita a forme di ibridazione che hanno complicato e reso labili le distinzioni  e le classificazioni … ed ancora bla, bla, bla

Perché tanto odio? Perché risulta difficile scovare un tentativo di lettura o di analisi coordinato? Conciliare, spiegare tutte le entità, confrontandole e assegnando loro un significato storico e un rapporto reciproco diventa una missione impossibile. La critica non facilita le buone intenzioni di chi desidera metter d’accordo capre e cavoli: chi scrive di classica, ingessato nella musica seria non si vuole occupare di musica leggera, che considera superficiale e troppo semplice. Di rimando, le rubriche di critica sulla musica leggera fanno sorridere allegramente i puristi del genere colto. Poi …

… succede che torni a casa una sera, e ti spari la cena sul divano. Accendi la televisione ed apprendi che Freddie Mercury ci ha lasciato. Ci rimani di sasso, ti passa l’appetito, il tuo piatto si fredda. In questi giorni ne è ricorso il ventunesimo anniversario della morte. La risonanza dell’evento ogni anno è globale. Passi la notte, le settimane successive a ripercorrere i suoi dischi e ti accorgi di quanto rispetto e pratica delle forme, più che dei generi, ci sia nella sua musica, e come sia diventato il suo modo di scrivere un genere a sua volta, intrinsecamente andando contro i generi. Così piacevole rimettersi in pace con se stessi, dopo tanto frastuono inalato come fumo passivo.

La vita è un fatto semplice, la musica pure. Nel nocciolo di entrambe risiede la sostanza, il resto è puro abbellimento. Facendo musica, una sola cosa non è accettabile: che un musicista menta al suo pubblico, facendogli credere di essere chi o chissà cosa solo perché quello stesso pubblico non è in grado di valutarne il vero valore artistico e di capirne il grado d’appartenenza al genere di cui il musicista si fa vanto di appartenere. Puoi fare tutta la musica che vuoi, ma la devi fare sinceramente. Altrimenti ne scaturisce, in chi invece è in grado di capire, giudicare e criticare, lo stesso effetto che fa il tizio furbo che sorpassa tutti dal fondo della fila, mentre il resto del mondo è con te in coda al semaforo rosso.

Freddie non c’è più, la sua musica si. Ed è sincera. Sul ponte delle chiacchiere invece sventola bandiera bianca.

A cura di Lorenzo Maiani

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