Professione musicista: si, ma di lavoro cosa fai?

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La dura battaglia per l’affermazione del ruolo.

Professione Musicista - Plindo

Nella vita di ogni musicista, il tempo deve essere impiegato bene. Non esiste una giornata troppo corta, od inversamente, troppo lunga. La vita è uno stato mentale ed è questa una delle condizioni ottimali con cui organizzare il tempo, gestendone i momenti di entusiasmo o di inattività e difficoltà espressiva. Affermare il proprio ruolo nella musica può diventare lampante dentro di noi in un attimo. Se nell’anima sappiamo chi siamo, cosa vogliamo o cosa stiamo diventando, il difficile è comunicarlo al resto degli uomini. Allacciandoci all’argomento della settimana scorsa, Thomas Edison ci ricorda che “Il genio è uno per cento ispirazione e novantanove, sudore”. Il sudore non nasce solo dalla fatica di conquistare una virtù con lo studio, ma anche dalla complessità di trasformare successivamente la passione in un lavoro per la vita. E spesso non è questo il passaggio più semplice.

Il tempo sembra essere sempre troppo poco, specialmente quando le cose che stai perseguendo ne richiedono tanto. La Musica è una di queste. Richiede una dedizione speciale, attenzione quotidiana e soprattutto tanto cuore. Ci sono ragazzi di quindici anni che frequentano il liceo classico per metà della giornata, dopo pranzo – una volta a casa – studiano per quattro ore il proprio strumento (che se si tratta di chitarra classica o violino non è certo una passeggiata) e si preparano anche per il compito di greco o latino del giorno seguente.

Per almeno tre pomeriggi alla settimana, poi, sono in Conservatorio a studiare materie complementari che vanno ad integrare la loro preparazione. A questo vanno sommate tutte le attività orchestrali a cui partecipano e gli svariati organici da camera di cui fanno parte. Non ultimi i concerti, che richiedono viaggi, ed anche altre spese a carico delle stesse famiglie che già supportano i musicisti in erba: dai dieci anni di età, infatti ci si deve abituare a sostenere il rapporto con il pubblico, imparando  a convivere con lo stress da perfomance artistica. Le loro giornate sono sempre di ventiquattro ore.

Capiamo bene come dieci anni, se bastano, per formarsi e che trascorrono con questo ritmo possano formare una disciplina interiore ed un equilibrio mentale che non è appannaggio di tutti sostenere. E le privazioni non sono poche, perché appunto la vita dedicata alla musica è fatta di scelte a lungo termine da cui spesso scaturiscono molte rinunce per tante piccole grandi cose, ed anche necessarie, nella vita di un adolescente.

Questa che segue è uno storia vera, ma riferimenti a fatti e persone sono da ritenersi puramente casuali.

Un musicista in erba diventa un ragazzo, la società gli fornisce, ed anche richiede di possedere, un riscontro della propria identità nero su bianco. Deve fare un documento valido in Europa. Un giorno, forse, questo gli permetterà l’accesso a confini di nazioni in cui potrà suonare. Si reca presso l’ufficio comunale di riferimento più vicino al luogo dove abita. Si mette in coda, attende il suo turno. “Bene. Dunque: nome cognome data di nascita cittadinanza”.

Risposte che scorrono sulla base insindacabile di un altro documento dei genitori. “Residenza, si … bene! È stata cambiata, questa è la comunicazione, perfetto!”. Fin qui non ci piove. “Lavoro?” prosegue come una macchina da scrivere automatica. “Io sono un musicista”. Pausa, silenzio e fronte corrucciata dell’impiegato, che da dietro gli occhiali si interroga su quella strana parola. “Come?”. Altro piccolo attimo di silenzio. “Sono un musicista” ripete. “Si, ho capito. Va bene, ma nella vita cosa fai?” incalza oltre il vetro con il dito a mezz’aria l’impiegato, come se stesse sostenendo un enorme punto interrogativo. “Gliel’ho detto, io sarei un musicista”.

L’uso del condizionale ed il tono leggermente più basso potrebbe intenerire l’imperterrito interlocutore, ma niente! Lui, dritto come un fuso, prosegue il suo terzo grado: “Si, ma di lavoro intendo, di lavoro, cosa fai? – ed incalza – la-vo-ro! Sai, alzarsi la mattina, definire un fatturato, uno stipendio eccetera eccetera … quindi?!?”. “Suono il violino”. Per essere più convincente gli mostra la schiena a metà. La custodia portata in spalla incarna la tanto ardita traduzione del mestiere sotto forma di parola. “Ahhh, suoni il violino: ziiiin ziiiin (imitando un gatto morto che ulula alle stelle) allora mi dispiace: non si può scrivere musicista, non è una professione”.

Non è costruire una professione trascorrere quindici anni in simbiosi con un pezzo di legno di 400 grammi che vibra e risuona come l’universo? No, non lo è. E’ una magia, nella sua inconsapevolezza l’impiegato ha ragione. “Allora scriva quello che vuole, non so. Scriva idraulico od avvocato, cosa posso dirle”. Titubanza, pupille degli occhi che cercano l’autorizzazione del collega. Poi, infastidito dal tono di sfida, l’impiegato scrive Musicista. Occhi, capelli, e statura sono dettagli che passano distratti; mette un timbro e consegna la carta d’identità.

Questa è una storia vera. E che si ripete migliaia di volte. In altri modi, altre forme, altre violenze. Perché? Perché essere musicisti, è essere privilegiati? C’è una forma di invidia, di competizione sociale in atto verso chi sceglie di fare il musicista? O forse una specie di commiserazione? La questione da sviscerare adesso è lunga, ma i motivi sono ben chiari e riconducibili a diversi decenni indietro, del perché tutti gli artisti (e specialmente i musicisti) sono ritenuti davvero, almeno entro i confini nazionali, dei perdigiorno e persone che non lavorano. Poche righe sopra, abbiamo letto quanto sia impegnativo un lavoro come questo, quanto studio ed applicazione richieda. Ed abbiamo speso superficialmente solo due parole riguardo alla formazione. Immaginate il resto ed il tempo delle conferme: è una jungla emotiva, e non solo.

Oggi vorrei terminare – come sempre – con un finale allegro, con una battuta pungente. Ma non ne ho voglia.

A cura di Lorenzo Maiani

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