Suonare musica dal vivo: privilegio di pochi, desiderio di molti.

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Il lento declino della musica dal vivo.

Suonare musica dal vivo: privilegio di pochi, desiderio di molti.

Un tempo, ormai più di venti anni fa, ci si consumava nelle sale prova con l’obiettivo finale condiviso di andare a suonare la propria musica dal vivo. La ricerca dei locali papabili portava a consumare notevoli quantità di birra, ad un vero e proprio tour serale/notturno di presentazione con il demo alla mano per il gestore, da cui dipendeva insindacabilmente il tuo futuro.

Dividevi  la città in zone da battere, con il risultato che a conti fatti avevi speso più lire in bevute, che in serate in cui fosse possibile suonare. Ma una volta che il tuo gruppo era ingaggiato, mobilitavi quantità industriali di amici, che puntualmente costringevi a fare almeno una consumazione per sperare di farti richiamare; tra le decine e decine di cover, coraggiosamente inserivi sottovoce il tuo brano inedito (magari qualcuno avrebbe potuto applaudirlo).

Se alla fine, mentre riponevi lo strumento nella custodia, una ragazza magrolina ti chiedeva “Scusa, ma che canzone era quella che faceva NA NA NAAA” pur storpiandoti la melodia, questo ti dava la timida conferma che un mattone era stato posato al posto giusto. Era faticoso, ma anche gratificante, se tra mille segnali distorti ce n’era almeno uno che confermasse che la direzione intrapresa poteva essere quella giusta.

Suonare dal vivo con una certa regolarità nelle nostre città sta diventando, o meglio, è diventato praticamente impossibile, per tutti quei gruppi di oltre due elementi. I gestori dei locali di nuova generazione hanno spesso gran belle idee, nel presentarle sono pieni di entusiasmo.

Tutto è perfetto a parole, ma il recupero dei costi che il gruppo deve sostenere viene, se va bene, rimborsato con tre pizze in cinque, perché proprio i proprietari dei locali – soprattutto quelli che mancano di spazio ed attrezzature – sono convinti che una chitarra, per scaldare gli animi, sia sufficiente.

Invece tu devi muovere tre auto; spostare, montare e smontare una batteria; trasportare testate, casse, stativi, casse spia, mixer ed impianto completo da organizzare e calibrare, più qualche centinaio di metri di cavi e sperare che il tutto suoni bene. Fatto che ti costringe a smanettare fino a poco prima dell’imbracare la chitarra, rinunciando ad una sana doccia. Si, devi suonare puzzando come uno scaricatore di porto, senza il look da combattimento/imbrocco! Ma sono fattori nemmeno presi in considerazione.

Altro dettaglio (per loro) che viene eluso, sia a parole che fatti, è quello sulla retribuzione. Magicamente scatta la teoria che suonare nei loro locali è un’occasione per farsi conoscere, un modo per vendere due copie del tuo sudato CD, ammesso e concesso che a qualcuno possa interessare. Non è accettabile, considerando che una revisione alla caldaia (che dura quindici minuti) costa intorno ai 120 €, da pagare immediatamente subito dopo l’intervento al tecnico, essendo minuto di un diabolico terminale POS via etere.  Anche i musicisti hanno diritto di vivere al caldo. Quindi se suonare dal vivo per i comuni mortali diventa fonte di inguaribili frustrazioni, la cosa migliore è godersi un bel concerto dal vivo, dall’altra parte della barricata.

Abbiamo già visto cosa comporta al musicista mescolarsi al pubblico.

Andando verso la primavera, come ogni anno riprende la stagione della grande musica dal vivo, ormai considerata come l’unica via contro la crisi e la pirateria. Discutibile. E, come ogni anno, ricominciano le polemiche sul costo dei biglietti. Ma se “quelli ufficiali” non sono certo economici, specie per i concerti più attesi, sulla rete ci sono siti che vendono i biglietti a prezzi molto maggiorati, a volte persino dieci o venti volte più cari del costo originale. Da infarto.

Imbattendosi in uno di questi tanti portali per accaparrarsi i sospirati tagliandi, all’acquirente viene data una informazione importante: “Stai acquistando biglietti da terze parti […] I prezzi dei biglietti vengono stabiliti dal venditore e possono essere superiori o inferiori al valore nominale. Tutti gli eventi e gli orari sono soggetti a variazione, è tua premura controllare le date ufficiali degli eventi per eventuali modifiche. Le vendite sono definitive”.

In sintesi, se sbagli, sono bippp tuoi. Le terze parti, ed è questa la cosa più fastidiosa, è che sono  spesso gli stessi fan a mettere in vendita i biglietti; dunque fan che speculano su altri fan, danneggiando anche l’immagine degli artisti. Ma sono gli stessi siti che reclamizzano queste attività, con invitanti cubitali slogan tutto schermo: RECUPERA SOLDI DAI TUOI BIGLIETTI INUTILIZZATI oppure DECIDI TU IL PREZZO DEI BIGLIETTI. Ma stiamo scherzando?!? Il fenomeno appare strano, e trovargli un nome non è cosa facile: vendita sottobanco, speculazione, bagarinaggio? Lo stesso atteggiamento direttamente fuori dagli stadi o dai palasport è considerato dalla legge un atto illegale; perché in rete è considerarlo normale?

Come è facile intuire, il numero di siti (non autorizzati) cresce giorno dopo giorno, aiutato da nebbiose procedure: non si capisce in base a quale principio chi possiede l’American Express possa comprare anche dieci biglietti con precedenza e prelazione rispetto agli altri, per esempio. Perché stupirsi se tra costoro poi c’è chi li rivende tutti o in parte? È sempre vero che l’occasione fa l’uomo ladro.

Tra queste due situazioni che si trovano agli antipodi, non esistono mezze misure. È l’andazzo di quello che oggi consideriamo normale. Noi consumatori di musica e non solo, come utilizzatori finali di un prodotto, di un servizio, abbiamo un grande potere: poter decidere di non alimentare questo mercato, od altri, ed i modi subdoli con cui sempre di più ci viene proposto di fruire di questo o di quello.

Se nessuno fosse disposto a certi modi di farsi trattare, od a spendere un solo euro in più del costo regolare di un biglietto, che già nella maggior parte dei casi non è proprio a buon mercato per persone con entrate economiche normali, questi fenomeni si sgonfierebbero in fretta.

È una legge di mercato valida fin dalla notte tempi, da quando il mercato è nato: se non c’è richiesta, non esiste offerta. La speculazione fa parte della nostra cultura di vita quotidiana, soprattutto in questo nostro amato odiato paese. Dalle banche, al chilo di mandarini, alla musica.

Che fatica vivere così.

A cura di Lorenzo Maiani

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