Verso una musica democratica: tra sogno e realtà.

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È possibile un’idea di musica democratica?

Verso una musica democratica: tra sogno e realtà

Alla base di ogni tipo di sviluppo, ci sono sempre delle grandi idee. Pensiamo per un attimo al signor BIC, che ha costruito un impero con una semplicissima ma geniale penna a sfera. Come Marcel Bich, nel 1949, un simpatico signore svedese, ha fondato un’azienda battezzandola con le lettere inziali del suo nome e cognome, e delle due città per lui fondamentali nel suo progetto commerciale. L’acronimo vincente ha fatto il boom, si è sentito ed è riuscito, in mezzo secolo di vita, a mettere nelle case di mezzo pianeta, almeno un oggetto della sua produzione. Alla base della filosofia di vendita, il portare alla mano di più persone possibili il design, che negli anni venti/trenta/quaranta era un lusso davvero per pochi. “Design democratico, design per tutti”, lo slogan di forza: oggetti belli, funzionali, realizzati con freschezza e carattere, che non costano una fortuna. Quando le idee camminano con le proprie gambe, l’economia riprende. Se anche l’arredamento è diventato un bene per tutti, perché nel 2013 non può esserlo anche la musica? Come qualcosa che entra a far parte della nostra vita fin da subito, come un bene necessario allo sviluppo della sensibilità del bambino.

Nel mentre leggete queste righe, avrete – spero tutti – aderito al dovere ed espresso il diritto di scegliere chi dovrà governarci per i prossimi cinque anni. Di programmi ne abbiamo seguiti, in televisione, nelle piazze, sulla rete. Tra le tante accuse che ogni leader ha scaricato sull’avversario politico, qualcuno ha puntato sul risanamento del paese partendo dall’idea di comunità, che sicuramente abbiamo perso; qualcun altro promettendo rimborsi. Rispettando le convinzioni del nostro prossimo, siamo liberi anche di azzuffarci fraternamente con quel nostro prossimo, ognuno in difesa delle proprie opinioni. Si chiama libertà di espressione, necessaria in uno stato democratico. Da musicisti, ci piace che un comizio elettorale di piazza finisca con i migliori auguri di un soprano che spontaneamente canta entrando nelle case via streaming ed è da segnalare che un partito, quello che da sempre si proclama paladino della difesa della cultura, delle idee, dello spirito creativo, nel suo programma per la cultura, abbia inserito un vero e proprio capitolo per lo sviluppo ed il sostegno della musica indipendente, i cui punti salienti riportano che “Per valorizzare e promuovere le produzioni musicali italiane, sarebbe utile prevedere delle quote di programmazione obbligatorie per i network televisivi e radiofonici […] E’ fondamentale intervenire in modo incisivo anche dal lato della diffusione delle produzioni e dell’allargamento del bacino dei fruitori e della domanda. L’allargamento e la crescita della domanda, infatti, sono un presupposto imprescindibile per lo sviluppo di un’industria musicale indipendente e autonoma; per questo abbiamo bisogno di investire sulla formazione di nuovi pubblici e di fruitori consapevoli, a partire dall’impegno e dal ruolo del nostro sistema educativo”.

È tempo di elezioni, di cambiamento. Dobbiamo ricordare anche che tra pochi giorni si vota per eleggere il nuovo Consiglio della SIAE. I circa centomila associati, appunto autori ed editori, sono chiamati alle urne per la scelta dei loro rappresentanti nel consiglio di sorveglianza, organo che avrà il compito di nominare il consiglio di gestione, a cui spetterà la responsabilità di determinare i criteri di ripartizione degli incassi tra i vari associati. Il nuovo statuto SIAE introduce un sistema di votazione per l’elezione dei vertici basato sul censo (status sociale in base alla ricchezza) degli associati: ovvero chi più incassa in diritti d’autore potrà anche esprimere più voti; nel dettaglio, si ha diritto ad un voto a testa e in più un voto per ogni euro incassato dal monte dei diritti d’autore distribuiti ogni anno dalla Siae. A pesare sul risultato finale quindi, saranno proprio coloro che, nella propria carriera artistica, hanno più guadagnato. Si potrebbe intuire che l’applicazione di tale metodo possa favorire multinazionali straniere della musica e grandi cantautori italiani, mentre possa danneggiare i piccoli editori musicali e gli autori minori. “La cultura italiana finisce in mano a pochi ricchi” accusano le associazioni Acep, Arci e Audiocoop, che hanno promosso ricorso contro tale documento, ribadendo che il limite imposto ai voti esprimibili per ogni associato non impedisce a un pugno di questi “di influenzare autonomamente ogni delibera assembleare, travolgendo la volontà della maggioranza degli associati”. La Federazione Autori (di quelli che fanno i veri numeri) chiede il motivo per cui, dato il forte contributo alla cultura popolare del paese, non dovrebbe avere un’adeguata rappresentanza negli organi amministrativi dell’Ente. Alessandro Angrisano, vicepresidente di Acep, spiega che “La SIAE è un ente pubblico economico a base associativa. Dovrebbe anche fare promozione culturale, e invece gli hanno dato uno statuto da istituto di credito”. Il nuovo statuto ha inoltre introdotto la regola per cui sarà possibile votare solo nella sede di Roma e non più nelle diverse sedi sparse per tutta Italia, cosa che sfavorirà l’affluenza alle urne per chi dispone di pochi voti. “Sistema miope” lo definisce il Piotta: “A pagarne le conseguenze saranno soprattutto i giovani. Loro sono il futuro, ma ora saranno ancora più restii a iscriversi alla Siae”. La SIAE è una società commissariata da due anni; il commissario straordinario è nato nel 1921. Suo il mandato di riparare ad anni di sprechi, riscrivendo le nuove regole della SIAE che a molti sono parse un autentico golpe. Forse, a novantadue anni suonati sarebbe l’ora di pensare di andare in pensione.

Quanta strada dovremo fare per avere una vera democrazia per la musica, nella musica e nella vita? Nel silenzio delle nostre urne, verrebbe voglia di fare come il Ragionier Ugo Fantozzi, ricordate? Ma questa volta è troppo importante fare le scelte giuste!

A cura di Lorenzo Maiani

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